Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/250

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CANTO X 187

chi fosse re di quella contrada, e che sudditi avesse.
Súbito quella indicò del padre l’eccelsa dimora.
E come quelli entrati vi furon, trovaron la moglie,
alta quanto la vetta d’un monte; e sgomento li colse.
Essa Antifate prode, suo sposo, chiamò dalla piazza;
che concepí contro i miei compagni un funesto disegno.
Uno dei tre lo afferrò, ne imbandí succulento banchetto:
quegli altri due, lanciandosi a fuga, raggiunser le navi.
Ma levò quello il grido di guerra per tutta la rocca;
e d’ogni banda, a mille a mille i Lestrígoni prodi
corsero lutti; e giganti, non gente sembravan mortale.
E da le rupi, con massi che niun uomo avrebbe levati,
ci lapidarono; e surse da tutte le navi un frastuono
d’uomini uccisi, di navi spezzate. E, infilati a le picche
su li portar, come pesci, per farne banchetti nefandi.
Mentre cosí li uccideano fra 1 gorghi del porto profondi,
io, sguainata la spada tagliente che al fianco recavo,
le gómene recisi che il legno teneano alla terra:
quindi ai compagni ingiunsi che, senza indugiare, al remeggio
tutte volgesser le forze, se pure bramavano scampo.
Quelli, temendo la morte, coi remi sferzarono i flutti:
cosí felicemente potè la mia nave sul mare
schivar gli aspri macigni; ma l’altre perirono tutte.
     Quindi, col cruccio nel cuore, spingemmo piú oltre la nave,
lieti che in vita eravamo, ma privi dei cari compagni.
Ecco, ed all’isola Eèa giungemmo, ove Circe abitava.
Circe dai riccioli belli, la Diva possente canora,
ch’era sorella d’Eèta, signore di mente feroce.
Erano entrambi nati dal Sole che illumina il mondo:
fu madre loro Perse, di Perse fu Ocèano padre.