Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/249

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186 ODISSEA

E per sei giorni cosí navigammo di e notte; e di Lamo
sotto l’eccelsa rocca giungemmo nel settimo, sotto
la lestrigonia Telèpilo, dove il pastor che rientra
manda il Saluto, e il pastore risponde che al pascolo muove.
Chi non dormisse, qui potrebbe lucrar due mercedi,
una pascendo i bovi, e l’altra le candide greggi:
ché della notte e del giorno vicine qui sono le strade.
Quivi giungemmo, in un porto bellissimo: d’ambe le parti
muri di rocce si levano altissimi, a cingerlo tutto,
sorgono promontori sporgenti dinanzi alla bocca,
l’uno di fronte all’altro: sicché molto angusto è l’ingresso.
Tutte qui dentro i compagni recaron le navi eleganti.
Tulte all’ormeggio cosí fúr legate nel concavo porto,
l’una vicina all’altra: ché quivi né poco né molto
mai non si gonfia il flutto; ma sempre v’è bianca bonaccia,
lo solamente la bianca mia nave trattenni al di fuori,
ad un estremo del porto legando la gómena a un masso.
Poi, sovra un’alta asceso vedetta di rupi, mi stetti.
Quivi non opra di bovi, non opra apparia di bifolchi;
ma vedevamo fumo soltanto levarsi da terra.
E dei compagni allora mandai, che prendesser parola,
quale mai gente fosse che pane in quei luoghi cibava.
Due dei compagni scelsi, con lor mandai terzo l’araldo
Per una via spianata si misero quelli, ove i carri
alla città, dalle cime dei monti, recavano legna.
E una fanciulla incontraron gigante, che acqua attingeva
dinanzi alla città, del Lestrigone Antifate figlia.
Essa alla fonte Artacia dai limpidi gorghi era scesa;
poi che da questa l’acqua soleano portare alla rocca.
Presso i compagni a lei si fecer, le volser dimande: