Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/248

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CANTO X 185

io, dal sopore alfin desto, m’andavo fra me consigliando,
se dalla nave dovessi scagliarmi, e morire nei flutti,
o se patire in silenzio, restare tuttora fra i vivi. ’
E sopportai, restai, mi copersi il capo, e mi giacqui;
e la maligna procella di venti, di nuovo ci trasse
presso all’isola d’Eolo: piangevano intanto i compagni.
     Sopra la spiaggia qui scendemmo, attingemmo dell’acqua,
e dalle rapide navi giú tolsero cibi i compagni.
Poi, quando tutti fummo satolli di cibo e bevanda,
presi l’araldo meco, presi anche un dei compagni,
d’Èolo m’avviai verso l’alto palagio; e lo colsi
che banchettando stava vicino alla sposa ed ai figli.
Giunti alla casa, sedemmo, vicino ai pilastri, alla soglia.
Meravigliarono quelli, mi volsero tale dimanda:
«Ulisse, come sei qui? Che male t’han fatto i Celesti?
Con ogni zelo noi provvedemmo che tu ritornassi
alla tua casa, alla patria, dovunque piú caro li fosse».’
     Questo mi dissero. Ed io, col cuore in cordoglio, risposi:
«I miei compagni tristi m’han tratto in rovina, ed il sonno,
misero me! Soccorretemi, amici, voi che potete».
     Questo io lor dissi, queste melliflue parole a lor volsi.
Quelli restarono muti; rea il padre cosí mi rispose:
«Súbito parti dall’isola, obbrobrio di tutti i viventi;
ché non è giusto che cura mi dia, che provveda al ritorno
d’un uomo tal, ch’è l’odio di tutti i Beati Celesti.
Lungi di qui! Ché al mio tetto tu giungi pel cruccio dei Numi!»
     Disse; e via mi cacciò, che piangevo con gravi lamenti.
Quindi, col cruccio nei cuore, spingemmo piú oltre la nave
e si fiaccava la forza degli uomini all’aspro remeggio:
ché per la nostra follia perduta avevamo la guida.