Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/247

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184 ODISSEA

quivi rinchiuse e legò le furie dei venli mugghiami;
perché Giove l’aveva nomato custode dei venti,
per eccitarli,,per farli posare, com’egli volesse.
E li legò nel curvo naviglio, con una cordella
iucida, argentea, ché spiro, pur menomo, fuor non ne uscisse.
Quindi, per me lasciò spirare di Zefiro un soffio
che sospingesse la nave con noi; né doveva il disegno
compiersi: noi, con la nostra follia, lo facemmo fallire.
     Dunque, per nove di, navigammo di notte e di giorno:
nel decimo era già comparsa la terra natale,
e vedevamo i pastori, già prossimi, accendere i fuochi.
Quivi un soave sonno m’invase, ché tanto ero stanco,
poi che al timone sempre seduto ero stato, né ad altri
mai l’affidai dei compagni, per giunger piú presto alla patria.
E cominciarono l’uno con l’altro i compagni a cianciare,
a dir ch’oro ed argento recavo nell’otre, e donato
l’aveva Eolo a me, d’Ippòta il munifico figlio.
E si guardavano, e tali discorsi uno all’altro faceva:
«Oh vedi quest’Ulisse, com’è caro a tutti e onorato,
qualunque sia città, qualunque paese ove giunga!
Quante ricchezze porta con sé, dal bottino di Troia!
E invece noi, che abbiamo compiuto lo stesso viaggio,
ce ne dobbiamo a casa tornar con un pugno di mosche.
E adesso Eolo, poi, per dargli una prova d’affetto,
questo po’ po’ di regalo gli ha fatto! — Su, svelti, vediamo
che cosa c’è, quant’argento, quant’oro contiene quell’otre ".
     Questo dicevano; e infine prevalse il malvagio consiglio.
Sciolsero l’otre; e tutti d’un tratto scoppiarono i venti;
e la repente procella, ghermita la nave, nel mare
li trascinò, piangenti, lontan dalla patria. Ed allora