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194 ODISSEA

sopra di lei m’avventai, sí come volessi sgozzarla.
Essa, con un grande urlo, s’abbassò, mi strinse i ginocchi,
e, singhiozzando, queste parole veloci mi disse:
«Chi sei tu mai? Di dove? I tuoi genitori chi sono?
La tua città? Stupore mi prende, che tu quell’intriso
hai tracannato, e schivato l’incanto. Nessun dei mortali
che trangugiato l’avesse, potè mai sottrarsi a quel filtro.
Certo lo scaltro Ulisse devi essere tu. Tante volte
me lo predisse già l’Argicida dall’aurea verga,
che, ritornando da Troia, su negro veloce naviglio,
qui tu saresti approdato I Ma via, la tua spada riponi
ora nel fodero; e poi saliam sul mio letto: ché quivi
nei cuor d’entrambi induca fiducia l’amplesso d’amore».
     Disse cosí. Ma io risposi con queste parole:
«Circe, come vuoi tu che teco benigno mi mostri?
Fra le tue mura, in ciacchi tu m’hai trasformati i compagni;
ed ora ch’io son qui, macchinando una frode, m’inviti
ch’entri nella tua stanza, che ascenda il tuo letto d’amore,
si che tu poi mi renda, senz’armi, misero e imbelle.
No, che davvero non voglio salire il tuo letto, se prima
tu non intendi farmi sicuro, col gran giuramento,
che contro me qualche altro malvagio disegno non trami».
Dissi; e súbito quella giurò come io volli; e quando ebbe
fatto quel giuro, di Circe bellissima il talamo ascesi.
     Stavano dentro le stanze frattanto al lavoro le ancelle.
Erano quattro, che tutte compiean le faccende di casa.
Erano figlie tutte dei boschi, dei fonti, dei fiumi
sacri, che verso il mare travolgon la copia dei flutti.
Stendeva una di queste sovressi i sedili cuscini
tinti di porpora, belli, stendeva di sotto un tappeto: