Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/258

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CANTO X 195

l’altra dinanzi ai troni traeva le mense d’argento,
e collocava d’oro canestri sovr’esse: la terza
temprava entro una conca d’argento dolcissimo vino
simile a miele soave, disponeva i calici d’oro:
acqua portava la quarta, (acca sotto un tripode eccelso
ardere un fuoco grande, su cui rese tepida l’acqua.
Poi, quando I’acqua vide bollire nel lucido rame,
postomi entro la vasca, l’attinse dal tripode eccelso,
la mitigò con soave mistura, le spalle ed il corpo
me n’inondò, la stanchezza mortai delle membra mi sciolse,
Quando poi m’ebbe lavato, cosperso di liquido ulivo,
tutto mi ricopri d’una tunica, un manto mi cinse,
e mi condusse sul trono stellato di borchie d’argento,
istoriato bello, sotto i pie’ mi pose uno scanno.
E di mangiare Circe mi disse; né voglia io ne avevo;
ma stavo lí, con le idee volte altrove, a funesti presagi.
     Circe, poi che mi vide seduto cosi, che le mani
non accostavo al cibo, ma tutto ero immerso in cordoglio,
mi si fe’ presso, e queste parole veloci mi disse:
     «Perché stai dunque, Ulisse, cosí, che somigli ad un muto,
senza bevanda né cibo toccare, rodendoti il cuore?
Forse qualche altra mia frode paventi? Non devi temere,
quando t’ho già prestato il gran giuramento dei Numi I»
Questo mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Circe, qual uomo dunque, che privo non sia di ragione,
potrebbe avere cuore di cibo gustare o bevanda,
prima d’aver veduti disciolti i suoi cari compagni?
Se tu brami davvero ch’io mangi, ch’io beva, disciogli,.
liberi fa’ ch’io possa vedere i diletti compagni».
     Dissi. E subito Circe traverso le camere mosse.