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196 ODISSEA

con la sua verga in pugno, aprí del porcile le porte,
e fuor li trasse: porci sembravan che avesser nove anni.
Essi dinanzi, alla Diva ristettero; e quella fra loro
mosse;.ed uno per uno con un altro farmaco li unse.
Caddero tosto dal corpo le setole ch’eran cresciute
per le virtú del filtro maligno di prima; e d’un tratto
d’uomo ripreser sembianza, piú giovani ancora di come
erano prima, molto piú belli a vedere e piú grandi.
E mi conobbero; ed uno per uno mi strinser la mano,
e fra le lagrime, grida levaron di gioia; e la casa
alto echeggiava tutta. La Diva, a pietà mossa anch’ella,
fattasi a me vicina, mi volse cosí la parola:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
ora alla rapida nave ritorna e alla spiaggia del mare.
Prima di tutto, in secco traete la nave alla spiaggia,
e nelle grotte ponete gli attrezzi ed il carico tutto;
poscia ritorna qui coi tuoi prediletti compagni».
     Disse. E convinto rimase da quelle parole il mio cuore;
e mi rivolsi alla nave mia ratta, e alla riva del mare.
Quivi i diletti compagni trovai su la rapida nave,
che con miseri lagni versavano lagrime amare.
Come d’intorno alle vacche, se tornano in mandra a la stalla,
poi che satolle d’erba si furon pei campi, i giovenchi
tutti saltellano attorno, né posson tenerli i recinti,
ch’essi con fitti muggiti si lanciano incontro alle madri:
similemente, come comparvi ai loro occhi, i compagni
verso di me, lagrimando, si volsero; e parve a ciascuno
come se fossero in patria tornati di già, nelle mura
stesse d’Itaca alpestre, dov’erano nati e cresciuti.
E, tra le lagrime, queste dicevano alate parole: