Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/260

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CANTO X 197

     «Pel tuo ritorno, Ulisse divino, cosí ci allegriamo,
come se ad Itaca giunti già fossimo, al suolo natale.
Su via, narraci come son morti gli altri compagni’ ’.
     Dissero; ed io con queste parole soavi risposi-:
«Per prima cosa, la nave tiriamo sul lido all’asciutto,
e nelle grotte poniamo gli attrezzi ed il carico tutto.
E tutti quanti poi sbrigatevi insieme a seguirmi,
-hé nella sacra dimora di Circe vediate i compagni
starsene a lauta mensa: ché cibo non manca o bevanda».
     Dissi cosí; né indugio frapposero quelli a obbedirmi.
Solo Euriloco, tutti teneva indietro i compagni,
e si volgeva ad essi, con queste veloci parole:
«Poveri noi, dove andiamo? V’è presa la voglia dei guai,
che nella casa di Circe volete cacciarvi? Ma quella
ci muterà quanti siamo in lupi, in maiali, in leoni,
per poi tenerci a forza li attorno, a far guardia alla casa.
Come il Ciclope, quando ci chiuse nell’antro i compagni,
ch’entro vi s’eran cacciati con questo imprudente d’Ulisse,
e per la sua follia lasciaron la vita anche quelli».
     Questi i suoi detti. E allora mi corse alla mente il pensiero
di sguainare dal fianco robusto l’aguzza mia spada,
e di sbalzargli a terra, d’un colpo, la testa dal busto,
sebben prossimo ei m’era parente. Ma gli altri compagni,
chi di qua, chi di là, mi trattenner con dolci parole:
«Divino Ulisse, questo, se tu non t’opponi, si lasci
qui, che rimanga presso la nave, che guardi la nave:
noi ti seguiamo tutti di Circe alla sacra dimora».
     Dissero; e giú dalla nave discesi, lasciarono il mare;
né già rimase Euriloco a guardia del concavo legno;
ma ci seguí: ché troppo temé la mia fiera minaccia.