Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/261

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198 ODISSEA

     Fra le sue mura Circe frattanto a quegli altri compagni
diede lavacri, ed unger li fece di liquido ulivo,
poscia vestire li fece di tuniche e manti villosi;
e li trovammo lí, che tutti sedevano a mensa.
Or, come gli uni gli altri si videro, e furono insieme,
pianti levarono e lagni, che tutta echeggiava la casa;
e la divina signora si fece a me presso, e mi disse:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
non sollevate piú questi ululi tristi. So bene
quanti travagli avete sofferti nel mare pescoso,
quanto di voi sterminio per terra hanno fatto empie genti.
Ora, su via, pascete del cibo, bevete del vino,
sin che di nuovo in petto sentiate rinascer l’ardire,
come allorché da prima lasciaste le zolle paterne
d’Itaca alpestre: ché adesso voi siete spossati e scorati,
al naufragio sempre volgendo la mente; né in cuore
serenità vi fulge, ché troppo fu il vostro patire».
     Disse; e il cuor nostro prode convinse con quelle parole.
E qui, giorno per giorno, restammo lo spazio d’un anno,
a satollarci di carne, che tanta ce n’era. e di vino.
Ma quando un anno fu trascorso, stagione a stagione,
furon compiuti i mesi, compiute le lunghe giornate,
Icosi, trattomi a parte, mi dissero i cari compagni:
«Diletto Ulisse, è tempo che d’Itaca tu ti ricordi,
se pur vuole il destino che salvo tu rieda, che giunga
alla diletta terra tua patria, e all’eccelsa tua casa».
Dissero; e fu convinto da quelle parole il mio cuore.
Tutto quel giorno, dunque, sinché tramontato fu il sole,
sedemmo a mensa, carni cibammo, trincammo vin dolce.
Quando s’immerse il sole nel mare, e la tenebra giunse,