Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/262

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CANTO X 199

quelli nell’alla ombrosa magione si giacquero in sonno;
ed io, com’ebbi il letto di Circe bellissima asceso,
strinsi alla Dea le ginocchia, volgendole questa preghiera:
«Circe, mantieni oramai la promessa che tu mi facesti
di rimandarmi a casa: ché fiero desio me ne punge
ed i compagni miei: ché appena lontana tu sei,
tutti mi vengono attorno piangendo, e mi spezzano il cuore».
     Dissi. E rispose queste parole la diva signora:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
non rimarrete, no, contro voglia, fra queste mie mura;
ma devi prima un altro viaggio compire, e d’Averno
e di Persèfone senza pietà visitare le case,
per dimandare all’alma del cieco Tiresia un responso,
all’indovino di Tebe, che sempre ha lo spirito pronto:
ché gli concesse Persèfone, a lui sol fra tutti i defunti,
tale saggezza serbare: ché l’altre sono ombre errabonde».
     Questo mi disse: io sentii spezzarmisi il cuore nel petto;
e mi scioglievo in pianto, gittato sul letto, né il cuore
piú mi bastava ch’io vivessi, vedessi la luce.
Ma quando poi di pianto, di stare bocconi fui sazio,
io le risposi allora, volgendole queste parole:
     «Circe, e chi mai potrà guidarmi per questo viaggio?
Sopra cerulea nave nessuno all’Averno mai giunse!».
Questo io le dissi: cosí mi rispose la diva signora:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
darti non devi pensiero di alcuno che guidi la nave:
l’albero innalza, tendi sovr’esso le candide vele,
siediti poscia; e quella volerà col soffio di Bora.
Ma quando poi nel mezzo d’Ocèano sarà la tua nave,
quivi è la bassa spiaggia, qui son di Persèfone i boschi,