Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/264

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CANTO X 201

che ti dirà la strada che batter dovrai, le distanze,
ed il ritorno, quale sarà per il mare pescoso».
     Circe parlava ancora, che sorse l’Aurora divina.
Essa di vesti mi cinse, d’un manto e una tunica bella,
ed essa stessa indossò, la diva, un gran manto d’argento,
fine, tutto elegante, ai fianchi si strinse una zona
bella, tessuta d’oro, la fronte recinse di bende.
Ed io mossi per tutte le stanze a spronare i compagni,
presso a ciascuno d’essi sostando, con dolci parole:
«Piú non dormite, adesso, lasciale il soave sopore,
andiamo via, ché Circe la diva mi diede congedo».
     Questo io dicevo; e i cuor prodi godevano a queste parole.
Ma senza lutto neppure di li ricondussi i compagni.
C’era fra questi un Elpènore, ed era il piú giovin di tutti,
né molto prode alla guerra, né molto svegliato di mente.
Questo, aggravato di vino, bramoso di fresco, era andato
sopra l’altana a dormire, lontano da tutti. Ed udendo
muoversi gli altri compagni, le voci, il tumulto, riscosso
tutto d’un tratto, scordò da qual parte scendea l’alta scala:
mosse dal lato opposto, piombò giú dal tetto, ed il collo
gli si troncò dalle vèrtebre, e scese lo spirito all’Ade.
     Quando poi tutti attorno mi furono, ad essi parlai:
«Voi vi credete forse d’andare alla patria diletta;
ma ben diversa è la strada che Circe ha prescritta per noi.
Ire alle case d’Averno dobbiam, di Persèfone cruda,
per consultar lo spirto del cieco indovino Tiresia».
     Dissi; e nel petto quelli spezzar si sentirono il cuore.
E qui, seduti a terra, piangean, si strappavan le chiome
novellamente; e a nulla giovarono i loro lamenti.
E quando poi movemmo, col cruccio nel cuore, alla spiaggia