Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/271

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208 ODISSEA

     Cosí mi disse; ed io con queste parole risposi:
«Tutto per te, sventurato, farò, compierò quanto chiedi ’.
Cosínoi due stavamo, con queste dogliose parole,
io da una parte, distesa tenendo sul sangue la spada,
e del compagno l’ombra, con molte parole, dall’altra.
E della madre mia defunta qui l’anima apparve,
d’Anticlea, la figliuola d’Aulòlico cuore gagliardo,
che lasciai viva quando per Ilio la sacra salpai.
E lagrime versai, vedendola, e in cuore m’afflissi;
ma non permisi, per quanto gran cruccio mi fosse, che al sangue
s’avvicinasse, prima d’aver consultato Tiresia.
Ed ecco, l’alma giunse del vate di Tebe, Tiresia,
con l’aureo scettro in pugno, che me riconobbe, e mi disse:
«O di Laerte figlio divino, scaltrissimo Ulisse,
or come mai, sventurato, lasciata la luce del sole,
giunto sei qui, per vedere la trista contrada dei morti?
Scòstati, via, dalla fossa, tien lungi l’aguzza tua spada,
ch’io beva il sangue, e poi ti volga veridici detti».
     Cosí disse. Io, scostata la spada dai chiovi d’argento,
nella guaina di nuovo la spinsi. E il veridico vate,
bevuto il negro sangue, cosí mosse il labbro a parlare:
«Celebre Ulisse, il ritorno piú dolce del miele tu cerchi.
Ma te lo renderà difficile un Dio: ché oblioso
l’Enosigèo non credo, che accolse rancore nell’alma
contro di te, furente, perché gli accecasti suo figlio.
Eppure, anche cosí tornerete, sebben fra le ambasce,
se le tue brame e le brame frenare saprai dei compagni,
allor che primamente dal mare color di viola
all’isola Trinacria coi solidi legni tu approdi.
Qui troverete bovi che pascono, e pecore grasse,