Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/270

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CANTO XI 207

stetti lí, né lasciai che le fatue parvenze dei morti
s’avvicinassero al sangue, finché non giungesse Tiresia.
     Prima l’anima giunse d’Elpènore, il nostro compagno
che seppellito ancora non era soltessa la terra,
ma nella casa di Circe lasciato avevamo il suo corpo
non seppellito, non pianto, perché ci premeva altra cura.
Piansi, vedendolo qui, pietà ne sentii nel mio cuore:
e a lui cosí mi volsi, dicendogli alate parole:
«Come sei giunto, Elpènore, in questa caligine fosca?
Prima tu a piedi sei giunto, che io sopra il negro naviglio»•
     Cosí gli dissi; ed egli, piangendo, cosí mi rispose:
«Ulisse, o di Laerte divino scaltrissimo figlio,
tristo un dèmone m’ha rovinato, e la forza del vino. \
Addormentato m‘ ero in casa di Circe; e sul punto
di venir via, scordai da qual parte scendeva la scala:
mossi dal lato opposto, piombai giú dal tetto; ed il collo
mi si stroncò nelle vertebre, e scese lo spirito all’Ade.
Ora, per i tuoi cari, che sono lontani, io ti prego,
per la tua sposa, pel padre che t’ha nutricato piccino,
e per Telemaco, solo lasciato da te nella reggia,
giacché so che, partendo di qui, dalle case d’Averno,
dirigerai di nuovo la prora per l’isola eèa.
Quivi ti prego che tu di me ti ricordi, o signore,
sí che, partendo, senza sepolcro non m’abbia a lasciare,
senza compianto: per me non ti segua lo sdegno dei Numi.
Bensi con l’armi, quante n’ho indosso, mi brucia sul rogo,
e un tumulo m’innalza sul lido spumoso del mare,
che giunga anche ai venturi notizia di questo infelice.,
Questo per me devi compiere. E il remo sul tumulo infiggi,
ond’io fra i miei compagni remigar solevo da vivo».