Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/269

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206 ODISSEA

Al lido, quivi giunti, spingemmo dapprima la nave;
quindi, sbarcate le greggi, lunghesso l’Ocèano, noi stessi,
per giungere alla terra che detta avea Circe, movemmo.
Qui Periniède ed Euriloco tenner le vittime ferme;
ed io, di presso al fianco fuor tratta l’aguzza mia spada,
scavai, lunga d’un braccio da un lato e dall’altro, la fossa,
e a tutti i morti quivi d’attorno libami profusi,
di latte e miele il primo, di vino soave il secondo,
il terzo d’acqua; e sopra cospersi la bianca farina,
e alle care ombre dei morti promisi con molte preghiere
che, giunto ad Itaca, avrei sgozzata una vacca infeconda,
l’ottima, e sopra il rogo gittato ogni sorta di beni;
ed a Tiresia avrei, per lui solo, sgozzato un agnello
negro di pelo, quello che fosse fra i greggi il migliore.
Poi che con voti e scongiuri cosí le progenie dei morti
ebbi pregate, presi le vittime, e sopra la fossa
tagliai le gole ad esse. Scorrea negro e tumido il sangue.
E l’anime dei morti su corser da l’Èrebo in fretta,
vergini, fanciulletti, vegliardi fiaccati dal duolo,
tenere giovinette dal cuore inesperto di pene;
e molti dalla punta di bronzee lance trafitti
uomini in guerra spenti, con l’arme bagnate di sangue,
chi di qua, chi di là, si addensavano intorno alla fossa,
con alti urli: si ch’io di bianco terrore mi pinsi.
Ai miei compagni allora mi volsi, diei l’ordine ad essi
che le giacenti greggi sgozzasser col lucido bronzo,
le scoiasser, le ardessero, preci volgessero al Nume
Ade possente, e a Persèfone, ignara di teneri sensi.
Ed io poi, sguainata dal fianco l’aguzza mia spada.