Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/278

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

CANTO XI 215

ch’io vivo, e sono re dei Feaci maestri di remi.
Or l’ospite, per quanto gli tardi tornare alla patria,
sino al novello giorno s’induca a restare, ch’io tutti’
abbia raccolti i doni. Si lasci il pensier del viaggio
alle mie genti, e a me, che sono del popol signore».
     E gli ripose Ulisse, i’accorto, con queste parole:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,
anche se voi mi diceste che un anno io restassi, e frattanto
in’apparecchiaste voi la scorta, e m’offriste presenti,
contento io ben sarei: ché certo sarebbe pel meglio
ch’io con le mani colme tornassi alla terra materna:
piú mi farebbero onore, piú allora diletto sarei
a quanti me tornato vedessero in Itaca alpestre».
     E gli rispose Alcinoo con queste veloci parole:
«Se ti guardiamo, Ulisse, non t’assimigliamo di certo
a tessitor d’inganni, di frodi ad artefice, quali
tanti ne suole e tanti nutrire la terra feconda,
che tramano menzogne piú ch’altri sapesse scoprirne.
Di tue parole è vaga la forma, e son savi i concetti:
con arte pari a quella d’un vate hai narrata l’istoria
dei luttuosi tuoi travagli, e di tutti gli Argivi.
Ma questo dimmi adesso, rispondimi senza menzogna:
se alcun dei semidei tuoi compagni vedesti, che ad Ilio
vennero insieme con te, che incontraron la stessa tua sorte.
È lunga questa notte, non termina piú: non è l’ora
di riposare, ancora: le gesta mirande a me narra:
sino all’aurora divina vorremmo protrarre la veglia,
se tu qui rimanere volessi a narrar le tue pene».
     E gli rispose cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
«Alcinoo re, che insigne sei tanto fra gli uomini tutti,