Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/280

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CANTO XI 217

Egisto; e insiem con lui la mia moglie dannata. In sua casa
a mensa ei m’invitò, mi sgozzò, come un bue su la greppia.
Finii cosí di morte miserrima; e gli altri compagni,
tutti accoppati senza pietà, come porci selvaggi
entro la casa d’un uomo di molto potere opulento,
per epule, per nozze, per qualche solenne convito.
Di molti uomini tu sei stato presente alla morte,
uomo contro uomo azzuffati, oppur nel furor della pugna;
ma gran pietà commosso t’avrebbe, se li visto avessi
come d’intorno ai cratèri, d’intorno alle tavole colme,
noi giacevamo, e il suolo tutto era un gorgoglio di sangue.
E di Cassandra udii, della figlia di Priamo, il grido,
ch’era uno strazio: vicino a me la sgozzò Clitennestra,
la frodolenta; ed io percotea co.i le braccia la terra,
morendo, con la spada confitta nel corpo. E la cagna
s’allontanò; né, mentre scendevo alle case dell’Ade,
degnò tender la mano, per chiudermi gli occhi e le labbra.
Opera alcuna di donna non c’è cosí atroce e selvaggia
come il misfatto turpe che quella pensò, d’apprestare
a morte al suo compagno legittimo. Ed io m’aspettavo
che festa i figli miei m’avrebbero fatto, e i famigli,
come tornassi. Ma quella, maestra d’ogni arte funesta,
sopra di sé, sopra quante saranno le donne future,
profuse vituperio, se pur bene adoperi alcuna».
     Cosí diceva. Ed io risposi con queste parole;
«Ah! di quant’odio Giove che volge su tutto lo sguardo,
con le muliebri frodi percosse la stirpe d’Atrèo
sin da principio! Fu Elena a molti cagione di morte:
a te, mentre lungi eri, tramò Clitennestra l’inganno!»