Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/284

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CANTO XI 221

illeso: ch’ei ferita non ebbe di lucido bronzo
da lungi inferta, o in zuffa da presso: che spesso interviene
nelle battaglie; ché Marte senz’ordine infuria nei colpi».
Cosígli dissi. E l’alma d’Achille dal piede veloce
s’allontanò, lunghe orme stampando, sul prato asfodèlo,
lieto che il figlio tanto si fosse distinto fra i prodi.
L’altre anime, via via giungendo, dei morti guerrieri,
stavano piene di doglie, narrando ciascuna sue pene.
L alma però d’Aiace figliuol di Telamone, stava
sola in disparte, tutta crucciata con me per la gara
ch’ebbi con lui, che vinsi vicino alle navi ricurve.
Premio eran l’armi d’Achille: deposte la madre divina
le avea: Pallade Atena fu giudice, e seco i Troiani.
Dehl, non avessi mai conseguita quella vittoria!
Ché, per sua causa, la terra nel grembo nascose un tant’uomo:
Aiace, che d’aspetto, che d’opere egregie eccelleva
sui Dànai tutti, dopo l’egregio figliuol di Pelèo.
E a lui mi volsi allora, con queste parole soavi:
«O di Telamone figlio, Aiace, neppur dopo morto
scordar ti vuoi del cruccio contro me»er l’armi dannate,
onde, voler dei Numi, gran doglie p Aon gli Argivi,
tale una loro torre crollava con te! ui tua morte
non meno che d’Achille figliuol di Pelèo ci crucciammo
quanti eravamo Achivi, dal fondo del cuor; né cagione
altra vi fu; ma Giove la schiera dei Dànai guerrieri
ferocemente odiava: perciò decretò la tua morte.
Ora t’appressa qui: porgi ascolto, signore, ai miei detti,
odi le mie parole, pon freno alla furia, allo sdegno».
     Dissi cosí; ma nessuna risposta mi diede; ed insieme
con l’altre anime mosse, per l’Èrebo, asilo dei morti.