Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/285

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222 ODISSEA

Quivi, benché adirato, risposta m’avrebbe pur data,
gli avrei parlato ancora; ma il cuore nel fondo del seno
veder desiderava pur l’anima d’altri defunti.
E qui-Minosse scòrsi, di Giove il chiarissimo figlio,
che con lo scettro d’oro partiva giustizia fra i morti,
seduto; e a quel signore d’intorno chiedeano i giudizi
l’anime, quale in pie’, qual seduta, nel regno d’Averno.
     E scorsi dopo lui, figura gigante, Orione,
che delle fiere gli spettri cacciava pel prato asfodelo,
quelle che uccise un giorno avea per i monti deserti,
ed una clava di bronzo vibrava, che mai non si frange.
E Tizio vidi, il figlio di Gea, famosissima Diva,
che sulla terra giaceva, che ben nove plettri occupava,
e gli rodevan due vulturi il fegato, un quinci, uno quindi,
scavandogli entro l’epa; né a schermo ei tendeva le mani;
perché Latona offese, la sposa di Giove, che l’ampie
terre di Panopèo traversava, alla volta di Pito.
     E poi Tàntalo vidi, che spasimi orrendi soffriva,
entro un padule immerso, che il mento giungeva a lambirgli.
Languiva egli di sete, né un sorso poteva gustarne:
ché, quante volte il vecchio, per ansia di ber, si chinava,
tante, assorbita, l’acqua spariva; e d’intorno ai suoi piedi
negra la terra appariva; ché un Dio la rendeva risecca.
Ed alberi fronzuti gran copia di penduli pomi
gli profondevano attorno, granati, dolcissimi fichi,
pere soavi, mele, con verde fiorita d’ulive.
Ma quante volte il vecchio tendeva le mani a ghermirli,
tante lanciava il vento le rame alle nuvole ombrose.
     E poi Sisifo vidi, che spasimi orrendi pativa,
che con entrambe le mani spingeva un immane macigno.