Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/290

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CANTO XII 227




   Dunque, poi ch’ebbe i rivi lasciati del fiume Oceàno,
corse la negra nave, sui flutti del mare infinito,
giunse all’isola eèa, dove son le contrade e le case
d’Aurora che al mattino si leva, donde anche il Sol sorge.
Sopra le arene, qui giunti, spingemmo le rapide navi,
quivi anche noi sbarcammo, scendemmo alla spiaggia del mare,
dove, giacendo in sonno, l’Aurora divina attendemmo.
Come l’Aurora apparí mattiniera, ch’à dita di rose,
dei miei compagni alcuni di Circe alla casa inviai,
che riportassero il corpo d’Elpènore spento. E, recisi
súbito tronchi, dove piú in mare sporgeva la spiaggia,
lo seppellimmo accorati, piangendo lacrime amare.
Or poi che il morto, e l’armi del morto qui furon bruciati,
gli costruimmo un tumulo, sopra innalzammo una stele,
e configgemmo, in vetta del tumulo, un agile remo.
   Attendevamo a questo cosí: ché, tornati dall’Ade,
piú non andammo alla casa di Circe; ma presto ella giunse
tutta abbigliata; e con lei venivano ancelle, recando
pane, con carni molte, con vino purpureo brillante.