Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/291

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228 ODISSEA

Dunque, giunta fra noi, la diva cosí prese a dire:
«Miseri voi, che vivi giungeste alla casa d’Averno,
voi due volle mortali, ché muoiono gli altri una volta,
ora di queste vivande cibate, bevete del vino
qui, per tutto quest’oggi. Diman, come sorga l’Aurora,
navigherete; ed io la via vo’ mostrarvi, ed i modi
v’indicherò, perché da qualche malizia irretiti
voi non dobbiate patire nel pelago o sopra la terra ’.
Questo ci disse; e convinti restammo nei validi cuori.
E cosi, dunque, tutto quel dí, sinché il Sole disparve,
li rimanemmo, cibando le carni ed il vino soave.
Poi, come il Sole s’immerse nel mare, e la tènebra giunse,
presso alla gómena quelli pigliarono sonno; e la Diva,
presomi per la mano, lontano dai cari compagni
mi fe’ sedere, e presso mi stette, e di tutto mi chiese;
ed io, punto per punto, quanto ella chiedeva, le dissi.
Circe divina, allora, cosí la parola mi volse:
«Tutte trascorse già son queste vicende: ora ascolta
ciò ch’io ti dico; e un Dio farà che tu ben le ricordi.
Alle Sirene presso tu giungere devi anzitutto,
che tutti quanti gli uomini incantan che giungono ad esse.
Chi s’avvicina a loro, mal cauto, ed ascolta la voce
delle Sirene, quello non mai la sua sposa ed i figli
piú lo vedranno tornare, diletto mai piú non ne avranno;
ma le Sirene, incanto gli fan con le limpide voci,
sedute sopra un prato. D’intorno c’è d’ossa un gran mucchio,
d’uomini putrescenti, di scheletri e pelli aggrinzite.
Oltre tu passa; e fa rammollir della cera soave,
e dei compagni riempi le orecchie, che alcuno non oda.
Udirle puoi tu solo, se brami; ma prima i compagni