Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/292

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CANTO XII 229

nella veloce nave ti avvincano i piedi e le mani,
dritto, con funi, a ridosso ti leghin dell’albero, stretto,
si che delle Sirene godere tu possa la voce.
Ma se tu preghi i compagni, se d’esser disciolto comandi,
legare tanto piú ti devon con doppie ritorte.
     Or, quando poi saranno passati piú innanzi i compagni
tu troverai due strade; né voglio descriverti adesso
punto per punto, quale tu devi seguire. Tu stesso
devi pensarci, Ulisse: d’entrambe però ti fo cenno.
Rupi da questa parte, sul mare precipiti; ed alto
romba contro esse il (lutto d’Anfitrite ciglio d’azzurro:
scogli cozzanti chiamare íe sogliono i Numi beati.
Né creature alate frequentano mai queste plaghe,
né le fugaci palombe che recano a Giove l’ambrosia.
Pure, qualcuna sempre la liscia scogliera n’inghiotte;
e un’altra ne invia Giove, ché il numero sempre sia pieno.
Mai nave d’uomini alcuna fu salva, che quivi giungesse;
anzi le travi dei legni, confuse degli uomini ai corpi,
alti marosi trascinano, e d’orrido fuoco procelle.
Sola potè superarle la nave che giunse d’Eèta.
Argo, famosa a tutti, che vinse del pelago i flutti.
E si sarebbe anche spezzata all’immane scogliera,
senza la guida d’Era, cui molto era caro Giasone.
     Due rupi indi ci sono, che il cielo infinito una attinge
col vertice aspro, e tutta la cinge una nuvola azzurra,
che non si dissipa mai; né mai su quel culmine eccelso,
sia pure estate, autunno pur sia, fulge I aria serena.
Né vi potrebbe un uomo salire né scendere mai.
neppur se venti mani, se pur venti piedi egli avesse:
poiché liscia è la pietra cosí come fosse raschiata.