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232 ODISSEA

ma se tu poi le molesti, l’estrema rovina predico
alla tua nave, ai compagni. Tu poi, se pur fuggi la morte,
tornerai tardi, a fatica, avrai tutti persi i compagni».
     Mentre diceva, spuntò l’Aurora dall’aureo trono.
Distolse allor da me la diva per l’isola i passi;
ed io, tornato al legno mio rapido, imposi ai compagni
che s’imbarcassero, e poi sciogliesser da poppa le funi.
Subito quelli salirono, ai tronchi sedettero; e in fila
quivi seduti, coi remi battevano i fiulti schiumosi.
E per noi, dietro la cerula nave, una prospera brezza
mandò, che ci gonfiava le vele, gradita compagna,
Circe dai riccioli belli, la diva possente canora.
Subito dentro la nave mettemmo in bell’ordin gli attrezzi;
poi ci sedemmo; e la nave condussero i venti e il pilota.
Ai miei compagni allora parlai con l’angoscia nel cuore:
«Non uno solo, amici, non devon due soli sapere,
le predizioni che Circe la diva possente mi fece:
quindi ve le dirò: sicché non ignari la fine
tulti affrontiamo, oppure schiviamo la Parca e la morte.
Delle Sirene, divine cantrici. m’ingiunse che prima
io schivare dovessi la voce ed il florido prato;
m’impose ch’io soltanto dovessi ascoltarle; ma in ceppi
voi mi leghiate ben duri, che immoto io lí debba restare,
ritto, lunghesso l’albero, e funi m’avvincano ad esso.
E se vi prego poi, se impongo che a sciogliermi abbiate,
voi con le funi allora legar mi dovete a piú doppi».
Tutto ai compagni cosí spiegai, dissi punlo per punto;
e intanto il ben costrutto naviglio era all’isola giunto
delle Sirene, in brev’ora: ché il vento spirava propizio.
Ma, giunti qui, la brezza cessò, fu bonaccia sul mare,