Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/294

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CANTO XII 231

spingi velocemente la nave: ché molto vai meglio
piangere sei compagni, che perderli tutti ad un colpo».
     Questo mi disse; ed io, doglioso, cosí le risposi:
«Or via, su dunque, o Diva, tu questo ora dimmi sicuro,
Ise pur dato mi fosse sfuggir la funesta Cariddi,
potrei Scilla affrontare, quand’ella mi strugga i compagni?»
     Io cosí dissi: cosí rispose la Diva signora:
«Dunque, vagheggi ancora fatiche ed imprese guerresche?
Povero tei Non sai che cedere ai Numi bisogna?
Scilla non è malanno mortale, è prodigio immortale,
uno spavento, un orrore selvaggio, con cui non si lotta:
contro di lei non c’è riparo, bisogna fuggire.
Ché se tu l’arma impugni, se indugi vicino alla rupe,
una seconda volta pavento che, fuori sbucando,
con altrettanti capi t’afferri altrettanti compagni.
No no, spingete in fretta la nave, e invocate Crataia
che die’ la vita a Scilla, flagello a le misere genti:
essa farà che desista, né ancora una volta t’assalti.
L’isola poi toccherai Trinacria, dove del Sole
sono allevate le molte giovenche e le floride greggi:
sette mandre di vacche, di pecore belle altrettante,
ch’ ànno cinquanta capi ciascuna; né mai sono nate,
né mai verranno a morte. Due dive ne sono custodi:
Lampétia, e Faetúsa, due ninfe dai riccioli belli,
cui generava al Sole sublime la diva Neera.
Poi che le diede a luce, che l’inclita madre le crebbe,
ne l’isola remota Trinacria fissò la lor sede,
che custodisser le greggi del padre e le belle giovenche.
Ora, se illese tu le lasci, e ti preme il ritorno,
pur dopo molte sciagure, farete ritorno alla patria;