Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/72

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CANTO I 9

non crederò davvero che tu sia fra noi pervenuto.
E il vero anche di questo, rispondi: ch’io voglio saperlo:
se qui la prima volta giungi ora, o se tu di mio padre
ospite sei: ché la casa d’Ulisse piú d’uno conosce:
perché soleva anch’egli pel mondo vagar fra la gente».
     E gli rispose Atena, la Dea dalla glauca pupilla:
«E dunque, anche io ti vo’ parlare, ed il vero vo’ dirti.
Sono signore dei Tafi, che volgono ai remi le cure:
Mente sono io, son figlio d Anchialo senno divino.
Ed ora, col mio legno son qui, coi compagni, diretto,
sopra il purpureo mare, a genti di barbara lingua,
bronzo cercando, a Temèse; ed io reco lucido ferro.
Il mio naviglio è quello laggiú per i campi, lontano
dalla città, sotto il Neio selvoso, nel porto Reètro.
Ospiti siamo tu ed io, da parte del padre e dell’avo,
da tempo antico; e puoi saperlo dal vecchio Laerte,
se lo domandi a lui: ché lungi, mi dicono, vive
dalla città, nei campi, facendo una vita di stenti,
con una vecchia ancella, che bere e mangiare gli appresta,
allor che la stanchezza gli vince le antiche ginocchia:
ch’egli si stràscica sempre pei clivi coperti di viti,
lo, poi, son qui disceso, perché dire udii che tuo padre
era tornato; ma invece la via gli precludono i Numi.
Ché non è morto Ulisse, sparito non è dalla terra;
ma trattenuto è, vivo tuttora, nel mare infinito,
sopra le balze remote d’un’isola: contro sua voglia
è trattenuto li, da genti crudeli e selvagge.
Ora un pronostico fare ti voglio, che i Numi del cielo
a me gittano in cuore, che compiersi, credo, si deve,
per quanto né profeta, né sperto d’auguri mi sono.