Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/74

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CANTO I 11

esser dovè questa casa da biasimo immune e opulenta,
quando tuttora qui vivea tra il suo popol quell’uomo.
Allro ora vollero i Numi, che a lui macchinarono il male,
sì ch’ei disparve; e di niuno si persero tanto le tracce.
Ché tanto non sarebbe, s’ei fosse pur morto, il mio cruccio,
se fra i compagni suoi cadea, combattendo i Troiani,
o fra le man’degli amici, poi ch’ebbe compiuta la guerra.
Tutti gli Achivi allora gli avrebbero alzata una tomba,
ed alta gloria avrebbe lasciato alla moglie ed al figlio.
Invece, senza gloria via l’hanno rapito le Arpíe:
niuno l’ha visto, niuno sa nulla, lamenti ed ambasce
ei m’ha lasciato. Né solo per lui mi lamento o mi cruccio:
d’altri cocenti affanni mi vollero oppresso i Celesti.
Perché quanti signori governan queste isole intorno,
Same, Dulichio, Zacinto coperta di selve; e i signori
tutti, ch’ànno in possesso le balze d’Itaca alpestre,
sposa pretendono avere mia madre, e distrugger la casa.
Essa le nozze odiose respinger non sa; né s’induce
pure a compirle. Frattanto divoran, distruggono quelli
la casa mia; ché presto me pure vorranno distrutto».
     E a lui, piena di cruccio, cosí disse Pallade Atena:
«Ahimè, davvero avresti bisogno che Ulisse tornasse,
che i Proci svergognati venisse a punir di sua mano.
Ché s’egli in questa casa giungesse, se sopra la soglia
stesse, impugnando una scure, lo scudo e i suoi due giavellotti,
tale tuttora, quale io la prima volta lo vidi
fra le mie mura, che vino beveva, e godeva il banchetto —
d’Efeso egli tornava, da Ilo, di Mèrmero figlio:
ché giunto era anche qui, tuo padre, sul iegno veloce,