Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) I.djvu/78

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CANTO I 15

colpa non hanno: è Giove la causa di tutto, che il bene
comparte e il mal, cosí come pur gli talenta, ai mortali.
Biasmo non gli è, dei Dànai cantare il funesto ritorno,
perché piú che ad ogni altra, largiscono gli uomini elogi
alla canzone che sembri suonare piú nuova a chi l’ode.
L’anima e il cuore tuo, dunque abbian la forza d’udire:
ché non al solo Ulisse, conteso fu il dí del ritorno;
ma spenti fûr molti altri di quei che pugnarono a Troia.
Alle tue stanze, su, ritorna, e ai tuoi compiti bada,
al fuso ed alla rocca, partisci comandi alle ancelle,
che affrettino i lavori; e agli uomini lascia la cura
dei canti; e prima a me, che son della casa il signore».
     E nuovamente allora, Penelope, tutta stupita,
sali, ché penetrata del figlio l’avean le parole.
E con le ancelle insieme venuta all’eccelse sue stanze,
piangeva Ulisse, lo sposo diletto; sinché su le ciglia
infuse a lei soave sopor l’occhicerula Atena.
     Per la magione ombrosa, frattanto, con alto schiamazzo,
tutti chiedevano i Proci di stendersi sopra i lettucci.
E a lor queste parole Telemaco scaltro rivolse;
«O della madre mia pretendenti arroganti e superbi,
adesso del banchetto godiamo il piacere; e ogni grido
cessi: ché udire tale cantor cosa è troppo soave,
quale è costui, che ai Numi del cielo pari è nella voce.
Domani all’alba, poi, troviamoci tutti raccolti
a parlamento; ch’io voglio con franca parola intimarvi
d’uscir da questa casa. Cercatevi altrove i banchetti,
mangiate i beni vostri, reciproche mense allestite.
Ma se vi sembra poi che sia piú piacevole e giusto