Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/8

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CANTO XIII 5

«Tempra il cratère, e mesci, Ponlònoo, viti generoso
a (ulti nella sala, che a Giove padre si libi,
e lo straniero poi si mandi alla terra sua patria».’
Cosí disse. E Pontónoo, mesciuto il dolcissimo vino,
lo compartiva in giro, facendosi presso a ciascun».
Dunque, libarono i prenci ai Numi che reggono il cielo,
senza levarsi dai seggi. Ma, in piè surto, Uiisse divino,
alla regina Arete porgendo una gemina coppa,
a lei si volse, il volo diresse di queste parole:
«Sempre felice sii tu, regina, sinché la vecchiaia
su te giunga e la morte, che sono retaggio ai mortali.
Adesso io vado lungi, tu godi fra queste tue mura
dei figli tuoi, d’Alcinoo, sovrano del popolo tuo».
E, cosí detto, Ulisse divino varcò quella soglia;
eJ un araldo con lui spediva Alcinoo possente,
che lo guidasse alla riva del mare e a la rapida nave.
Arete poi mandò, che seco movesser, tre ancelle.
Recava una di queste la tunica e un nitido manto;
aveva dato il saldo ben chiuso forziere ad un’altra;
ed una terza pane recava e purpureo vino.
Giunti che furono al lido del mare e a la rapida nave,
i navichieri tutto deposer nei concavi fianchi;
poi per Ulisse una coltre deposero e un panno di lino
a poppa, sovra i banchi del concavo legno, ché quivi
tranquillamente dormisse. La nave egli ascese, e in silenzio
si coricò. Sedevano quelli, ciascuno al suo remo,
in fila: indi dal sasso forato la gómena sciolta,
reclini, con le pale dei remi sconvolsero Tonde.
E mite sonno scese sovresse le palpebre a Ulisse,
dolcissimo, profondo, che sonno pareva di morte.