Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/7

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
4 ODISSEA

E qui, sul legno ascesa la {orza d’Alcinoo divina,
li collocò sotto i banchi, perché non recassero impaccio
a niuno dei nocchieri, quando essi sedessero ai remi.
Mossero- gli altri alla casa del sire, e apprestaron le mense;
ed un giovenco immolò pei essi al figliuolo di Crono
che addensa i negri nembi, la forza d’Alcinoo divina.
Bruciate poi le cosce, divisero il lauto banchetto,
tutti gioiosi. E fra loro canto Dtmòdoco, il vate
caro ai Celesti, e segno d’amore alle genti. Ma Ulisse
al sole sfolgorante volgeva sovente lo sguardo,
e n’affrettava il tramonto: ché troppo bramava il ritorno.
Come la cena brama bifolco che per la maggese
spinge da mane a sera l’aratro ed i fulvidi bovi:
grande piacere il sole gli fa che s’immerge; ed al pasto
s’affretta; e, mentre muove, gli mancano sotto i ginocchi:
cosi giunse ad Ulisse gradito il tramonto del sole.
Ed ai Feaci, amici dei remi, parlò senza indugio;
e specialmente ad Alcinoo si volse con queste parole:
«Ottimo sire, Alcinoo, preclaro fra tutte le genti,
libate or, congedatemi incolume, e siate felici,
perché quanto il mio cuore bramava, già tutto è disposto,
la scorta, e i cari doni. Deh!, facciano i Numi del cielo
ch’io profittare nc. possa I Trovare io, deh!, possa al ritorno
immacolata la sposa, trovar possa illesi gli amici.
E voi che qui restate, rendete felici le spose
vostre legittime, e i figli. E possano i Numi accordarvi
ogni delizia, e lungi dal popol tenere ogni danno».
Cosí diceva; e tutti plaudirono, e chieser congedo
per lo straniero che aveva Cosí nobilmente parlato.
E Cosí disse allora d’Alcinoo la forza all’araldo: