Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/10

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una felice negligenza, quando una nativa eleganza ci traggono ad ammirare in lui gli elementi d’una vera e potente facoltà poetica, che avrebbe meglio potuto svilupparsi, se fosse stata giovata dai tempi.

Tuttavolta, se i tempi al Chiabrera non giovarono, molto però non gli nocquero quanto al gusto; poichè seppe quasi del tutto andar franco della pazzia del secentismo, che già avea messi molti rami, e s’era propagata in ogni parte d’Italia. Ben nocquero sotto questo rispetto a Fulvio Testi, sortito a vivere mentre quell’assurdo gusto era nel suo più bel fiore, il quale anco ne’ suoi componimenti più lodati non potè sottrarsi del tutto alla pessima influenza di esso. Di ciò si potrebbero trovate ragioni, non intieramente speciose per nostro avviso, nell’indole e nelle vicende della vita dei due poeti. Gabriello Chiabrera, siccome appare dalla vita ch’egli dettò di sè stesso con tanta ingenuità e tanto candore di stile, era d’una natura benigna, tranquilla, gioconda, aliena da ogni briga, e solo a balzi tocca, ma non corrotta dalle incomposte passioni del secolo. Fulvio Testi al rovescio ebbe un animo ardente, impetuoso, insofferente di freno, troppo perduto dietro le illusioni del fasto e della grandezza. Condusse l’uno una vita riposata in grembo alla soavità degi studj assorto unicamente in essi, e solo in essi cercando compiacimento e gloria, e ponendo la poesia in cima di tutti i suoi pensieri: l’altro invece trasse una vita agitata, ed amò gli studj non tanto per sè stessi, quanto come opportuni mezzi di soddisfare quell’ambizione che lo rodeva, provando tutte quelle amarezze e quei disinganni che conseguitano le cure degli ambiziosi. L’uno stette a lunga dimora nella sua patria, beando gli sguardi e la fantasia in que’ bei prospetti della riviera di Savona, sotto quel cielo così ridente, su quei lidi così fioriti di tutte le pompe della natura: l’altro all’incontro passò il più de’ suoi giorni in mezzo a lo strepito delle corti ed alle vane loro magnificenze, e corse da luogo a luogo, non già tratto da vaghezza di contemplare le varie parti di questa bellissima Italia, ma per tener dietro alle larve sempre fuggevoli dell’ambizione. Or pare a noi che dovesse per tutto ciò compiacersi il Chiabrera del gusto semplice e corretto, siccome confacente meglio all’indole sua ed alle sue abitudini, e invece lasciarsi più agevolmente strascinare il Testi a quell’altro gusto più pomposo e magnifico, che nella sua gonfiezza secondava gli impulsi di un animo rdente, e che d’altra parte avea allora maggior seguito in tutte la corti d’Italia. Il