Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/375

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sere dagli uomini conosciuta: sì fattamente dissero i poeti, i quali rappresentavano le altrui passioni ne’ loro versi, ed a loro è diritto prestar fede essendo di tanto alto intelletto, ma non pertanto maggior credenza dee darsi a quei poeti i quali, non le altrui, ma le proprie sofferenze hanno posto sotto le nostre orecchie. E tra costoro luogo per certo non negherassi al Petrarca, per alcuni tempi della vita infiammalo e riarso d’amore. Dunque, che dice egli di sè medesimo? Che provava come lo trattavano i suoi pensieri. Certamente non era abbandonato dalla cura amorosa, anzi vie si selvagge non sapeva trovare che sempre Amore non andasse seco ragionando, e perché i peregrini talora posassero e posassero i naviganti e gli aratori e anco gli armenti, non però a lui si toglievano i suoi pensamenti giammai, anzi di sè medesimo maravigliandosi, afferma ch'era stanco di pensare siccome i suoi pensieri non si stancassero in Laura. Sè debbo dimenticarmi, ch’egli lasciò scritto: Che perchè mirasse mille cose fiso e attento, nondimeno solo una donna mirava, e'l suo viso. E però, scogendo il mondo su la Primavera, rimembrava di Laura, come di giovanotta, scorgendolo su l'Estate rimembravasane come di donna si avanzasse negli anni, scorgendo l’Autunno rimembravasene come di donna su’ suoi perfetti giorni. Che più? Se guardava talora levarsi il sole, vedea il lume di Laura apparire, se tramontarlo, vedovalo dipartire. E per non fare lungo ragionamento, egli canta, che nell'acqua chiara e nell'erba fresca, e ne' tronchi degli alberi, e delle nuvole la vagheggiava.

”Ecco alle Signorie Vostre ritratto Amore per le parole del Petrarca (uomo ottimamente esperto delle sue qualità), non diversamente da quello che Virgilio, ed altri poeti ce lo ritraessero, ed una cosa voglio soggiugnere, ed è: Che se per forza d’amore il Petrarca e da vicino e da lontano in ogni cosa vedeva la donna desiderata, benché veramente non la vedesse, non dee strano parere, che più per forza d’amore non udendola la udisse, e che nelle straniere voci egli ascoltasse la voce di lei. Non può, dico, strano parere, non certamente: e che? non è tanta la forza d’amore sopra le orecchie quanta sopra gli occhi degl’innamorati? Né sia che si faccia all’incontro, e dica: Questi pensamenti si fanno, ed è ragione che si credano di un amante mentre la desiderata bellezza dimorò nel mondo fra gli uomini, ma, tolta di questa vita, ma spenta, non è da darsi ad intendere che più se ne tormenti l’anima e segua le vaghezze sue, quasi vaneggiandone, forsennata. Io, o signore, non sono in scuola di filosofanti, discorro piacevolmente con intelletti non meno sublimi che gentili, e spongo i versi di un amoroso poeta, e però rispondo, e la mia risposta si appoggi alla gran fama di Virgilio. Egli nel sesto libro, trascorrendo le regioni ove i trapassati di vita fanno soggiorno, e ritrovati coloro Quos durus amor crudelitate peredit, soggiugne: Curae, non in ipsa morte relinquuni. Qui dico argomentando: Se si accetta che una tra' morti mantenga la passione sostenuta per un vivo, perchè un vivo non manterrà la passione sostenuta per una morta? Può dunque cantare il Petrarca: Se lamentare ec. Veggio ed odo ed intendo ec. Ma che udiva e che intendeva di lei? Egli dice, che intendeva le risposte ch'ella faceva a’ suoi sospiri. Cerchiamo dunque di che fossero i sospiri del Petrarca, e quindi intenderemo come fatte fossero le risposte di Laura.

”Di che sospirava il Petrarca? E di che, o sigori, dee sospirare l’innamorato a cui sia la donna amala venuta meno per morte? Senza dubbio il Petrarca nelle sue rime duolsi per lo danno fatto a lui, e per lo torlo fatto a Laura: i suoi danni erano gravi, sì perchè in un punto privossi di tutte le dolcezze che per lo spazio di venti anni avea per varie maniere raccolte dalla bellezza di Laura, sì non meno perché Laura gli si tolse in su quel tempo quando, menomando la gioventù, a lui promettevasi vita più domestica e compagnia di lei più familiare. E veramente, signori, era gran danno perdere una donna di cui traevi infiniti conforti, ma maggiore fu perderla in tutta stagione quando più grandi e più desiderati dovea goderli. Questa acerbità di stato mise tanto cordoglio nel Petrarca ch'egli divenne un animale silvestre, che quautó vedeva e quanto ascoltava eragli noia, quasi tanto caricato di pena, che non zefiri, non fiori, non usignuoli lo consolavano punto, né perché ridessero i prati o si serenasse il cielo, o si rallegralo Giove, egli si rallegrava giammai. Di lauta disavventura afflitto, sospirava il Petrarca, e disuoi sì fatti sospiri Laura risponde. Ma, o signori, risponde per modo che quasi non fa, salvo biasimarlo, siccome di sospiri senza cagione formati, e come non degni della ragione d’un uomo:

       Perchè innanzi tempo ti consume?
                               A che pur versi
Da gli occhi tristi un doloroso fiume?


Cosi die’ella, e pare che non voglia, salvo col condennarlo, risvegliare il suo intelletto. E per vero dire: Ov’é ito l'intelletto del Petrarca? Uomo oltre i cinquantanni di sua vita, ammirava che si morisse? era sì nuova in quel tempo la usanza del seppellire? tanto avea studiato, eri era ignorante della fragilità della vita ? O, durando Laura, egli maggiori avrebbe raccolti i contorti amorosi? Dunque doveasi a lui privilegio di godere perfettamente? Questa lena, che per ciascuno è regione di pianto, dovea per lui tornare in regno di gioia?

”Forse, direte, poteva scusarsi del sospirare, e affermare che non per sè, ma per Laura spandeva sospiri, cioè, ch’ella innanzi tempo era tornata nel suo paese e alla par sua stella; ch’ella s’era perduta

Ne l'età sua più verde, e più fiorita,
Quando Amor suole avere in noi più forza.


Tutto ciò è vero, ma chi avevalo constituito