Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/388

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del chiabrera 375

seminati nascessero di sotterra. Allora le sicurezze si cangiarono in sospetti, ed in pena la tranquillità; tutto fu arme, ogni cosa battaglia; non pertanto uomini montanari, di cui le spade èrano accette, e gli elmi berrettini tessuti di lana. Saltarono dalla boscaglia come numi salvatichi, ed ammorzarono l'ardimento de' soldati, ed appianarono l'orgoglio de' Capitani. Che più? animali lentissimi, cioè a dir buoi misero le ali, e dileguarono come cervi; e per tal modo rimase zoppo un esercito, il quale già cui desiderio divorava la vittoria. Averanno nostri successori di che rammentarsi con dolcezza, e vederassi che a Marte sono non men rari i Litorani, che gli Alpegiani. É vero che rivolse stagione di pena; ma la gloria non si espone a' vili, ed a' neghittosi. Disperdersi le ricchezze, ma si raunarono gli onori. Si videro aprire sepolcri, ma si videro alzare trofei. Diranno le Istorie, da cui non si scompagna la verità, che nostri nemici furono superbi, mentre ci videro non apparecchiati, il diranno; ma che le madri nelle paterne magioni gli raccogliessero come vincitori con lieto sembiante, noi diranno. Che alle vergini figliuole si raunassero ampiezza di dote con saccheggiati tesori, che alle donne amate si fregiasse la bellezza con preziose rapine non lo diranno. Abbandonarono le proprie spoglie invece di predare le altrui, e la rattezza, che mostrarono bravi nel venire la raddoppiarono paventosi nel tornarsene. Aratori, ed uomini di campagna trovarono per balze e per monti usberghi sparsi, scudi, e cimieri, ed aste. E fuori de' nostri confini, non si portarono tutti gli stendardi, ed alcuni arsenali sospirarono le loro Galere. Ora se i Duci avversi rimanessero afflitti, io nol so; so che con noi non rimase nè tristezza, nè melanconia; quinci macchine di metallo ammirabili per grandezza, non meno che terribili, crearono rimbombo di tuoni festosi nella voce de' popoli, ed arnesi destinati a pompa di trionfo per l'inimico, divennero nelle nostre mani testimonianza della sua fuga; quinci ai nostri Signori crebbesi pregio di senno, ed ai sudditi guadàgnossi titolo di fede: e quinci finalmente dalla cima de' nostri monti si sgombrarono nembi, ed orrori, ed alle nostre riviere tornò l'usata tranquillità; e portai modo noi vedemmo gli orgogliosi guerrieri atterrarsi, e fra loro speranze infelici chiudersi il varco d'Italia a Ceri eserciti, quando erano in carriera per calpestarla. Non sono queste somiglianti alle maraviglie di Farsaglia? non a quelle di Troja lungo lo Scamandro? non a quelle veracissime di Giudea? e come avvennero; e perché? Dirollo colle parole del buon Davitte, e come un poeta Greco mi mise in questo discorso, cosi voglio che un poeta Ebreo me ne tragga fuori. Che dice egli? dice che chiunque nel Signore ripone le sue speranze è quasi rupe di Sionne; che mai non abbatterassi l'abitator di Gerusalemme. Montagne lo circondano, e l'istesso Dio fa sentinella intorno ai popoli suoi. Dio chd avvalla, e che sublima; che assenna le vostre sciocchezze, ed avvalora le fievolezze; che uccide, e che ravviva secondo sua volontà. Chi dunque fia forte fra gli uomini in terra? Chi saprà farsi caro al Ciclo, chi vittorioso? il diletto all'alto Monarca degli eserciti? che noi per noi medesimi siamo giornalieri, siamo, e non siamo; e finalmente, come cantò Pindaro: Sógno di ombra sono gli uomini. Signor Principe ho adempito il vostro volere, e da questa seggia discendo pieno di vergogna. E veramente io non sono avvezzo a somiglianti azioni, e male si fa ciò, che non si apprese a fare, lo ho menata la mia vita fra le solitudini del Parnaso, e la frequenza di questi luoghi si nobili mi conturba. Sarà alto di gentilezza manifestare il vostro comandamento fattomi, acciò l'ubbidienza mi sottragga al sospetto della biasimevole, presunzione.


DISCORSO II

Intorno alla Virtù della Fortezza.


Consigliati dalla nojosa stagione del caldo avete, Signori, per molte settimane passeggiato all'aure fresche di Albaro, e di Fassolo, e di san Pier d'Arena; ed ora per le sere del verno volendo ritornare al Liceo, ed all'Accademia, il principe ha commissioni, ch'io riapra le porte; ed io pronto ad ubbidire son qui, e scorto dalle presenti giornate ove viviamo non affatto tranquillamente, ma tuttavia con rumore di guerra mantenuta da Marte non infievolito, favellerò di materia acconcia alla disposizione, che gli uomini dovrebbono avere in questi tempi. Voglio dire, che essendo in guerra, è da trattare quali devono essere i guerrieri: e però brevemente, e fuori di ogni spinoso sentire io voglio correre un'arringo e gentilmente trattare della Fortezza. Questa virtù secondo l'opinione de' maestri si specchia nella morte, e ne’ suoi pericoli, e gli disprezza, ma non già ciascuna morte, ma quella che si incontra nelle battaglie. Ma per direttamente conoscerla in viso, panni bene di palesare le frodi, le quali alcune sue non legittime sorelle te fanno, e trarre loro dal viso la maschera, onde coprono le loro sembianze, ed in lei si trasformano. Alcuna volta dunque l'uomo postosi a a fronte della morte mostrasi franco, perchè noi facendo i cittadini il caricarebbero di biasimo, e la Patria lo castigherebbe; e di ciò i poeti ne fanno chiari, i quali nelle rappresentate battaglie favellano, o fanno favellare, in modo che i lettori si accorgono di ciò. Ecco Omero nel decimoterzo dell'Iliade; andando le schiere greche disperse si rappresenta Nettuno sotto sembianza di Calcante a dare loro vigore, e dice: O amici, a mano a mano cose più indegne voi commetterete, su su pensate al disonore od alla vergogna. Così diceva Nettuno; e perchè ha pari forza la contraria ragione. Il medesimo Omero rappresenta Ettore, il quale nel decimosettimo dell'Iliade fa i suoi valorosi con la speranza dell'onore, e sono queste le sue parole. Chiunque trarrà il corpo di Patroclo ucciso a noi, io compatirò con