Pagina:Opere (Chiabrera).djvu/399

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fu. Ma volgete le Istorie sacrate, e date orecchio al canto de’ santi profeti, e vedrete che mai sempre destarono l'ira, e sempre inacerbirono il core cd armarono la destra a Dio grandissimo e contra sè stessi il vollero crudo. Flagellano dunque le tribulazioni il peccatore, e sono perciò esempi di giustizia; ma diasi vanto alla sovrana demenza dell'eterno Correggitore dell'universo, poiché sua Giustizia non si scompagna, anzi attiensi alla Misericordia, e viene inannellata con la Compassione; e con nostro pro, e perciocché ella mette gridi e ne chiama indietro, e non consento che perseveriamo nello sviarci da’ celesti comandamenti. E noi abbiamo dal reale profeta testimonianze certissime, perciocché egli, ricevendo assalto da disavventure e rendendosi afflitto, mandò fervida preghiera al Signore, e fu esaudito benignamente.

Soggiungo, per la Tribolazione scemarsi le pene, le quali colà soffrirebbe l’anima, dove ella si purga. In qual modo? in questo, che non pagandosi il fio dal corpo per scelleratezze in questo mondo da lui adoperate insieme con l’anima, ella invece di lui ne renderà ragione sotterra. E colà giuso i tormenti pesano maggiormente; laonde e vantaggio saldare i conti quassù. Dico più avanti: la Tribulazione non lascia precipitale, e ne ritiene si che nei peccati non trabocchiamo spessissime volte: che se le membra tormentansi da podagra non s’invoglieranno di libidine; ed il poverello soverchiato da digiuno non gonfierassi per orgoglio e non sarà presto alle brighe; e quello altiero sotto giudice in sicura prigione non penserà ad oltraggiare il meno possente. Questi sono benefici di che la Tribulazione ci privilegia; ma non sono soli. Ella ci ammaestra, che gli agi e le delizie tenute carissime non sono da molto prezzarsi quando agevolmente ci si dileguano. Che più? percossi da tribulazione facciamo noi altro che ricorrere a Dio? Se in mare veggiamo per tempesta la morte in viso, e in battaglia non abbiamo speranza di scampo; se si scote la terra e fa sembiante di volerci immantinente ingoiare; se i cieli avventano fulmini, non è il nome di Dio subitamente sulle nostre labbra? Allora la croce non ci segniamo per mezzo la fronte? Allora al Cielo facciamo voti, ed allora proponiamo di ben pentirci, allora giuriamo di lasciare i peccati; allora....

Vediamo pertanto gli affanni e le afflizioni ed i guai da Dio mandatici essere grazie singolari, sì veramente che gli uomini si apprestino di buon grado a riceverli. A spiriti così fatti apportano le tribulaationi suavità; gravi sono ed acerbe quando li scellerati le si protacciano; i peccatori sono che tormentansi e tormentansi stranamente e prima che pecchino ed in peccando e dopo i peccati commessi. Della quale cosa pienamente favellare sarebbe troppo lungo corso di ragionamento: ma dirne alquanto non sia senza nostro pro. E perché gli esempj vivamente fanno comprendere, e via più quanto maggiormente sono chiari, piacciavi di essere meco, e dare uno sguardo a Giulio Cesare, e vedere ove il trasse l’alterezza, e la eccelsa superbia dell’animo suo smisurato. Daremoci noi ad intendere, che egli pensasse di crollare l’imperio di Roma, e di abbatterlo senza infiniti pericoli, senza immensi affanni, senza travagli innumerabili? Dovrà guastare le leggi, corrompere gli animi de' cittadini, sommovere il popolo, eccitare contese infra potenti; plebe e senato mettere in discordia, e starsi in riposo e non sempre ondeggiare in procella d’affanni gravissimi. Gli eserciti che egli raunò, le battaglie ch’ei diede, le regioni che soggiogò, le genti tagliate sul campo, i principi condotti in trionfo, non gli costarono notti vegghiate, giorni travagliosi, cure, sospetti, noie senza numero, senza misura ? Gli amici nella guerra dispersisi, i parenti uccisi, Pompeo suo genero assassinato, non gli fecce piaga profonda nell’anima? e la dignità della patria calpestata come poteva alcuna volta non trarlo a piagnere? E dobbiamo ancora considerare, che non ogni volta sue imprese furono felicissime, e che in Ispagna su la pianura di Manda, vedendosi su riseo di essere sconfitto, ebbe la mano pronta per ivi scannarsi; cd in Egitto, dentro il porto di Alessandria, mirossi a segno che poteva bramare di altrove avere lasciata la vita. Con sì gran fascio di pene, ove condussesi? e tante molestie con le quali si afflisse quale mercede gli diedero? Certamente in mezzo della patria, a cui faceva forza ed oltraggio, innanzi ai senatori, a’ quali egli pose i piedi sul capo, sotto la immagine dell’avversario guerreggiato, egli, con venti spade macellato, trasse rovescialo di terra i sospiri, onde l’anima perseguitata si accompagnava da cordogli gravissimi. Cotale ci si manifesta Cesare datosi in possanza dell'alterezza. Ora veggiamo che fu di Antonio, idolatra della lussuria. Questi, partitasi la romana repubblica con esso Augusto, godevasi il mondo verso le parti dell’Oriente, ed in Egitto abbagliatosi nello splendore di quella reina, a nulla altro pensò salvo a’ diletti, i quali da lei se gli poteano creare. Roma obbliò, la moglie nobilissima prese a vile, e le guerre ebbe cose leggiere, e sovente abbandonò le vittorie, e più d’una volta lasciò consumarsi infra i disagi gli eserciti, vago di correre agli occhi di una barbara femmina: per costei sostenne essere chiamato rubello di Roma, ed armossi con tutte le sue forze, e fecesi all’incontra agli avversari, i quali erano suoi cittadini, erano suoi compagni, ed erano suoi parenti, e discordavano da lui perchè egli volea, ed egli volea perché tale era il volere della Cleopatra. Venne la giornata della battaglia, e mentre dovea sperar la vittoria, abbandonò i soldati infiammatissimi nella pugna, ed appiattassi in Alessandria come un perseguitato egiziano, ivi ritrovato da Augusto, ivi steccato ed ivi finalmente ridottosi a disperare trafissesi. È vero egli appagò suoi desiderj, è vero gioi di una bellezza per lui bramata; ma da quante afflizioni fu circondato? quante volle abbiamo da credere che egli fosse discaro a sè medesimo per vergogna? quanto internamente pren-