Pagina:Opere (Dossi) I.djvu/22

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preludio xv

si erano resi volontariamente, da nobili che erano, originarii di Lodi, quei banchieri Quinterio, dai quali usciva donna Ida, la madre del Nostro: quei Quinterio ai quali molto era costata l’amicizia — non memore poi abbastanza — di Enrico Cernuschi, come ad entrambi i ceppi, il patriottismo. La liberazione recente, il benessere generale, il lavoro facile e rimuneratore, effondeva, come nell’aria della città, nell’interno delle famiglie, una bonarietà sorridente e ridente, che si compiaceva della vita propria e dell’altrui, vita fatta di buona tavola, eccellente cantina, coltura sincera, spontaneo umorismo; sicchè, se Gigi, impersonante il Gran Rabadan, poteva il giovedì e sabbato grasso percorrere il Corso sul carro carnascialesco, e rappresentar poi Meneghino a Roma, tra gli evviva di tutta la popolazione consenziente e plaudente, un raggio di letizia ben nutrita splendeva in ogni casa.

E in quella più specialmente, ov la bontà s’era sposata all’ingegno, e che però a due battenti s’apriva a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima maniera, a quel mingherlino e pallido Primetto, milanese ancor di Ferrara, che, sotto la materna carezza di donna Ida, scioglieva spesso in lacrime dolci la naturale mestizia.

E là, e così, nacque nel 1868 L’Altrieri.

Nacque, è proprio il caso di dire, perchè, mentre si diceva e voleva essere semplicemente del nero su bianco, era, più e meglio di un libro, una creatura vivente. In tutto, cento copie, due delle quali in carta di lusso ed una in carta comune l’autore regalava a sè stesso con questa dedica: Al mio simpatico amicone A. Pisani — Carlo Dossi. Ma quel simpatico era una vanteria, poichè sin d’allora l’uomo,