Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/43

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che come, perché altri libri, sebbene stati per lungo tempo e liberamente in luce, perirono, é meraviglia appunto che questo dall’Autor suo occultato abbia potuto salvarsi. — L’Eiscelio crede suffragare alla opinion sua l’osservazione che un passo dell’estratto dal Panciroli fatto sul codice che fu del Pinelli trovasi tradotto diversamente da quello, che l’Alemanno tradusse. — Ma perché non nota ancora che il Panciroli tradusse a senso, e l’Alemanno tradusse alla lettera? - Finalmente a sostegno del suo assunto confronta questo IX libro di Procopio cogli otto antecedenti; e dice in quelli essere un ordine costante, in questo una confusione, ed una mole di cose indigesta; in quelli vedersi gravità, e virtù di scrittore; in questo virulenza e libidine diabolica d’ingiuriare e maledire; ed essere gli uni e l’altro sì distinti tra loro, che non possono supporsi scritti da una stessa persona a meno di dire che quelli furono scritti mentre l’Autore era di sano intelletto, questo mentre era preso da insano furore. Poi, che Svida stesso non dà a questo libro il titolo di Storia, ma di certa rappresentazione comica, appunto perché non contiene che una massa di mere ingiurie esagerate a segno da non parere nemmeno possibile che cadano in mente umana. — Bisogna alcerto avere tutti i sensi alterati per venire a tal conclusione, quando si sieno letti codesti nove libri