Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/114

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94 GUERRE PERSIANE

loro volti otterremmo di più ancorché vincitori nella lotta, riducendosi il trionfo nostro a discacciare truppe di per sé postesi in piena ritirata. Se però nostra é la sconfitta, chi ne torrà via la taccia di avere trascurato i proprj vantaggi e ceduto la vittoria al nemico? Aggiugnete inoltre che le imperiali terre andranno in balia del vincitore : né Dio presta già il suo braccio potente a favor di coloro che male accorti e caparbi gittaronsi ne’pericoli, ma bensì a cui fu necessità rincontrarli. Di più, riducendo i barbari alla disperazione li stimolereste a divenir coraggiosi, ed affrontandoci e’ rinverrebbero noi tutti spossati dalle marce, dall’astinenza, ed in aspettativa ancora di qualche parte delle nostre genti.

VI. L’esercito alle ammonizioni del comandante cangiò le segrete querele in altissime grida contro di lui, accusandolo di pusillanimità e di fellonia nel rintuzzare il valore e la fermezza de’ suoi guerrieri; né la sola truppa ma ben anche taluni degli’stessi duci, per vana ostentazione di coraggio, scagliavangli sì crudeli rimbrotti.

VII. Belisario pertanto sbigottito dalla costoro alterigia e sconsigliatezza mutò linguaggio, e dissimulando animarli al combattimento soggiungeva che sebbene avesse ognora fidato sul coraggio loro, trovandoli adesso meglio disposti che mai sentiva nascere in sé vie più grande ardore di venire a giornata. Schierò quindi l’esercito ponendo la fanteria al corno sinistro, dalla banda del fiume, Areta co’ Saraceni al destro, ove il