Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/171

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LIBRO SECONDO 149

quale dimorava in Bizanzio sin dal tempo che furono soscritte le convenzioni di pace tra i popoli di Persia e di Roma1.

IV. Arrivato il duce nell'Armenia andava apparecchiandosi lentamente alla guerra, bramoso di trarre a sè gli animi e ridurli all'antica obbedienza colla dolcezza, e colla promessa che otterrebbero dall'imperatore l’abolizione del nuovo tributo; ma questi sollecitato dalle calunnie di Adulio figliuolo di Acacio, e pauroso di quella dolcezza e tardanza acerbamente rimproverollo. Sitta allora vedendo la necessità di rompere ogni indugio, pigliò le armi senza però intralasciare di amicarsi co’ suoi buoni ufficj parte de’ ribelli, sperandolo mezzo opportuno ad assoggettare quindi più agevolmente gli altri colle truppe. Se non che gli Aspeziani2 udendo il duce apprestare la guerra contr’essi deliberarono di cedere mandandogli ambasceria con preghiera di accordar loro assicuranza in iscritto che non verrebbero per nulla offesi, o costretti ad abbandonare il tranquillo possesso de' proprj beni se, rinunziando alla fazione cui appartenevano, volgessersi a favorire le parti romane. E quegli secondando pienamente e di buon grado i loro desiderj vi spedì suggellata la chiesta obbligazione, e di là mosse verso il castello degli Enocalachi3 presso cui erano le armene tende. Avvenne tuttavia, nè saprei dire per quale sciagura, che gli ap-

  1. (1) V. lib. i, cap. 22.
  2. (2) Apetiens (Cous.).
  3. (3) OEnocalabon (Cous.).