Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/186

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164 GUERRE PERSIANE

pertanto l’assalto, il comandante armeno di lei, Arsace, raccolto sulle mura il presidio combattè valorosissimamente uccidendo gran numero di nemici, ma quindi colpito pur egli da una freccia caddevi estinto; venuto però il dì al suo estremo i Persiani ripararono nel campo loro, fermi di rinnovare colla nuova aurora l'attacco. Il romano presidio al contrario, uscito d’ogni speranza colla morte del capo, bramò di pattovire inviando al campo reale di buonissim’ora il proprio vescovo a dimandare perdono e con esso pace. Questi, avendo seco parecchi ministri apportatori di uccelli, di pane e vino, giunto alla presenza di Cosroe gittatoglisi ai piedi tutto lagrimante supplicavalo di avere per iscusato il popolo e di risparmiare una città in poca stima tenuta dai Romani, e sino allora in nessun conto dal re, e forse destinata all'egual sorte nell'avvenire; promettegli inoltre che i Sureni avrebbongli volentiermente sborsato il riscatto loro e quello della patria. Cosroe adiratissimo con tal gente perché di tutte le imperiali da lui gia trascorse era la prima a non accoglierlo, ad armarsi, ed a fare grande strage de' prodi suoi, frenò pel momento lo sdegno risolvendo prenderne aspra vendetta con miglior agio, nella fiducia che ovunque si fosse divulgata la fama di sua rigidezza, il terrore derivatone avrebbegli sommesso i popoli senza versamento di sangue. Ricevute adunque con benignità mendace le of-

    in epoche ben più remote un fausto augurio lo abbiamo da Erodoto, laddove questi narra la salita di Dario in trono (V. la Talia, cioè il terzo libro delle sue istorie).