Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/354

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328 GUERRE VANDALICHE

Basilisco riportata colla perdita di poco meno che l’intiero esercito e col pubblico sagrificio di moltissimo danaro; e vie meglio rafforzava i comuni lamenti il pensiero di quanto richiederebbene tantosto il prefetto dell’aula, detto pretore dai Romani, ed il questore dell’erario, senza lusinga di grazia o d’indugio, per gli apprestamenti e le altre bisogne della guerra. E fin gli stessi duci, nessuno eccettuato, cui poteva toccarne il comando tremavano di spavento alla grandezza del pericolo, ricorrendo alle menti loro i rischi gravissimi della navigazione, e del dare in terra colla soldatesca, e delle molte battaglie da incontrare colle ragunate forze d’un potente regno. Che più, la truppa medesima, or di ritorno dall’ardua e lunga guerra persiana e non giunta per anche a fiatare nelle proprie case o ad avere alcun riposo, al vedersi esposta a nuovi disagi con una guerra marittima, ed al considerare l’imminente suo passagio dall’orto all’occaso per muovere le armi contro feroci barbari, cadeva nella massima costernazione. Il resto però del popolo era bramoso, giusta la umana consuetudine, che si macchinassero senza proprio danno così malagevoli imprese. Né ebbevi tra quanti disapprovavano quella guerra chi osasse farne cenno all’imperatore, fuor di Giovanni prefetto del pretorio, ed a nessuno inferiore di coraggio e talento, il quale venuto a lui tennegli questo discorso:

« La benignità ed amorevolezza con che reggi i popoli soggetti ci anima, o imperatore, ad esporti in quanto riputiamo utile a te ed alla repubblica, avvegnaché il dir nostro non sia per essere conforme a