Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/412

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388 GUERRE VANDALICHE

pandosi de’ castelletti, come provvedimento sufficientissimo a ricuperare la capitale. Vietò di più all’esercito ogni bottino o danno per le campagne, considerandole tuttora sua proprietà, mai sempre nella speranza di un prossimo tradimento dal lato si dei Romani che dei Cartaginesi favoreggiatori della setta ariana. Mandò similmente ai capi degli Unni pregandoli di aiuto, e promettendo loro molti e generosi guiderdoni ove soccorranlo, e questi niente affezionati ai Romani sendovi a malincorpo in lega (trascinati, e dicevano, a Bizanzio da un giuramento di Pietro e da lui stesso poco dopo violato); consentirono occultamente alla inchiesta, obbligandosi venuti a giornata di voltare le armi nel fervor della mischia contro l’esercito imperiale, se non che Belisario, consapevole già da gran tempo di siffatte mene per le confessioni dei disertori, non giudicò opportuno di attaccare si presto i nemici, e tutto consacrossi a compiere il principiato lavoro delle mura. Fece poscia sopra un colle morir di laccio un Cartaginese, nomato Lauro, convinto di tradigione, al quale esempio ne aveanvi altri macchinatori di novità, furono tutti persuasi dal timore a cangiar sentenza. Co’ doni eziandio e avendoli spesso commensali indusse i Massageti, pigri e lenti a parer suo in quella guerra, a dichiarargli candidamente se attendessero premj da Gilimero, in grazia de’ quali adoperavano con trascuratezza seco. E quelli risposero nulla sperare dal Vandalo, ma cader loro il coraggio paventando non vinto costui abbiano da vedersi negato il permesso di ripatriare, costretti a durar la vita e morir