Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/426

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402 GUERRE VANDALICHE


VI. Il Romano pertanto giudicando ardua impresa il vincerlo colassù, massime nel colmo del verno, ed opportuna la sua presenza in Cartagine dove al partirne lasciato avea molte cose pendenti ed altre non bene ordinate, confidò l'assedio del monte a Faras, duce di molta esperienza e virtù, inculcandogli di guardare attentamente dalla vallea che uom per la cruda stagione non venissene giù in qualunque modo, o portassevi, ascendendolo, vittuaglia alcuna; ed il comando ebbe pieno compimento. Fece inoltre uscire sotto fede tutti i Vandali supplichevoli nelle chiese d'Ipporegio, e mandolli scortati nella capitate.

VII. Grave sinistro intanto colpì la famiglia di Gilimero. Questi avendo seco uno scriba nomato Bonifacio, originario dell'africana Bizacene, e fidatissimo sopra ogni altro de' reali domestici, miselo in mare con tutte le sue ricchezze, e coll'ordine di attendere nel porto d'Ipporegio l'esito della guerra; ed in caso di maggiori calamità per loro, veleggiando nella Spagna, irebbe alla corte di Teudi, ove pur egli sperava in quella disgrazia un sicuro asilo. Or dunque Bonifacio sino a che ebbe qualche lusinga intorno alle cose de' Vandali stettesi immobile colà, ma dopo la giornata di Tricamaro e tutte le altre narrate sciagure ne salpava, quando una gagliarda fortuna di mare costrinselo a rientrarvi; e per quanto e' s'adoperasse, promettendo e supplicando, co'marinari, affinchè tentassero ogni mezzo di apportare ovunque meno che nell'Africa, non fu loro possibile di esaudirlo in causa della procella; sommessi adunque ai divini voleri allontanaronsi un poco dal porto, e gitta-