Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo II.djvu/469

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445 LIBRO SECONDO

rispetto dovuto o al sacro luogo, o ai riti che ivi compievansi, o veramente alla gloria e presenza del capitano; seppure non v’intravvenne un che di soprannaturale ad impedirlo. Terminati i divini misterj e restituitosi ciascheduno alla propria abitazione, i sediziosi vengono a forte contesa tra loro, a vicenda rimproverandosi la debolezza e viltà dell’ animo, e da ultimo si rimette di comun voto l’impresa al dì venturo; se non che pure in questo come nell’antecedente concorsi nel tempio invano, passarono uscendone a far combriccola nel foro ed a prorompere in iscambievoli accuse, pusillanimi e traditori chiamando ognuno i suoi compagni, perché lasciatisi venir meno il coraggio nell’oprare l’assunto incarico, e vincere dal timore all’aspetto del capitano. Divolgata per così fatto modo, com’era da presumere, la trama, non pochi de’ congiurati, credendosi mal sicuri in città , si diedero a vagare nella campagna, a mettervi a soqquadro terre e castella, ed a trattare ostilmente gli Africani a cui avvenivansi; quei poi tra essi che non vollero sottrarsi colla fuga dal pericolo, simulavano, mentendo i pensamenti loro, d’inorridire a tanta barbarie. Ma più che tutti Salomone trasecolava, come di avvenimento senza esempio1, all’udire la regione in preda agli eccessi de’ Romani soldati, ed esortava di continuo i rimasti seco a non traviare dal proprio dovere, assicurandoli che ne riporterebbero la imperiale benevolenza. E’ da principio fin-

  1. (1) Era certamente Salomone poco esperto nelle storie di tutti i popoli se riteneva senza esempio le africane sommosse.