Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo III.djvu/181

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LIBRO SECONDO 171

di tregua convalidata dalla promessa del condottiero. Laonde quanti erano a dimora nella città di Porto veduta la bene ordinata navigazione de’ Romani stavansi inoperosi lunge dal farvi contro, ed attoniti per cotanto ardire. Dopo che i marini a furia di simiglianti trasporti ebbero deposto in Roma tutto il carico delle navi a loro buon grado, volgendo l’anno di già al vernile solstizio, prestamente fecersi indietro colle navi; ed il resto della truppa entrò in Roma, ad eccezione di Paolo, rimaso con una schiera d’Isauri a presidiare Ostia.

II. Furono poscia da ambe le parti consegnati gli statichi : dai Romani Zenone, dai Gotti Ulia uomo non ignobile, patteggiando insieme di cessare per tre mesi ogni maniera di offesa ; intanto riverrebbero gli ambasciadori da Bizanzio colle imperiali determinazioni : che se una delle parti in questo intervallo osasse provocare l’altra con oltraggi, non si dovesse per ciò impedire agli inviati di restituirsi presso la gente loro : così gli oratori de’ Gotti accompagnati da romana scorta pigliarono la via di Bizanzio. Dopo di che il genero di Antonina, Ildigero, capitò dall’Africa conducendo gran novero di cavalieri, ed i Gotti di presidio nel castello di Porto brulli di annona, tant’era la romana severità nell’impedire al nemico di ritrarre dal mare il più lieve conforto di vittuaglia, ebbero da Vitige la permissione di abbandonarlo per tornare ne’ proprii campi, ed alla costoro andata entrovvi Paolo cogli Isauri a stanza in Ostia. Nè per altra cagione, vo’ dire la diffalta de’ cibi, i barbari sotto que’ dì levaronsi da Centumcelle