Pagina:Opere di Raimondo Montecuccoli (1821).djvu/30

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nemiche forti per la copia, e non vili per la qualità; il paese libero ed aperto; gli animi insuperbiti de’ prosperi successi, e rialzati a grandi speranze dalle esortazioni di un legato che recava l’apparato sublime della religione in mezzo la militar dignità delle artiglierie e degli stendardi. Dalle rimote provincie della estrema Alemagna, e dalle bandiere di Cesare, per quella unica volta nobilmente abbandonate, corse Raimondo al vostro pericolo, e le Estensi milizie a lui fidate, presero tosto il cuore e la forza di grandi eserciti. Bastò loro mostrar la fronte, perchè dall’assedio si desistesse; bastò loro assalire, perchè la battaglia incominciata colla spada si terminasse col disordine, e lo spavento corresse co’ fuggitivi nelle vicine lor terre, che si rassicuravano di rivederli vittoriosi.

La quale impresa siccome nelle eterne pagine della storia vien giustamente annoverata fra le illustri del secolo, e della scienza militare; così, credo io, che quanti ha Modena egregi e leali cittadini, tutti in cuor loro si dolgano di non vederla dalla patria gloria, e dalla patria gratitudine elevata in perpetuo e cospicuo monumento, affinchè meglio apprendano gli stranieri che alla colonia romana non mancarono anime romane, e che il Panaro, egualmente che il Tebro, si nobilitò di un suo Manlio, di un suo Camillo.

Se la fortuna, nimica di nostra nazione da lungo tempo, non avesse disgiunto dal più prode de’ Principi15 il migliore de’ condottieri, non è da dubitare, che le arme italiane non fossero tosto