ch’io possa essere superato da chi verrà, non troverai certamente ch’io non abbia avanzato chi mi ha preceduto. Però dove io avessi mancato, altri più dotto e più curioso di siffatti studi supplisca; ch’io per me ho decretato di usare dell’ingegno più a fare da me, che a mortificarlo sulle opere altrui. Nè mi sarei accinto a farla da commentatore se in questa infelice stagione non avessi bisogno di distrarre come per medicina la mente ed il cuore dagli argomenti pericolosi[1] ai quali attendo per istituto. Così Catullo, sebbene per la tristezza allontanato dalle vergini Muse, tentava nondimeno l’oblio della sua sciagura, traducendo per Ortalo questo medesimo poemetto[2]. E me pure confortò la brevità di questi versi; e mi strinse la loro maravigliosa bellez-
- ↑ Lucrezio, lib. 1, vers. 42.
- ↑ Nella dedica ad Ortalo. Carm. lxiv