Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/166

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160 discorso storico

di poter francamente concludere, una di quelle solite storie d’una età felicissima, che si trovano presso i popoli più o meno rozzi: storie che sono qualche volta sogni addirittura, qualche volta esagerazioni; come pare che sia stato in questo caso. La sostituzione del poter regio alla sfrenata sovranità dei duchi fu certamente un passaggio a uno stato migliore, o più tollerabile per tutti: l’immaginazione de’ posteri, eccitata dal racconto de’ vecchi, fece il salto alla perfezione.

Quand’anche però quelle parole di Paolo avessero meritata pienissima fede, non si sarebbe almeno dovuto credere più di quello che affermano, come hanno fatto vari scrittori parziali de’ Longobardi, estendendo a tutto il seguito della loro dominazione in Italia, o almeno a un tempo indefinito, ciò che lo storico dice solamente del tempo d’Autari 1. Già l’abbiamo visto del Giannone; e il Muratori medesimo, parlando dello stato in cui si trovava la parte d’Italia «che ubbidiva ai Longobardi, prima che i Franchi se ne impadronissero,» s’esprime così: «Buona giustizia era fatta, si potea portar l’oro in palma viaggiando 2:» parole suggerite evidentemente da quelle di Paolo. E non si saprebbe congetturare qual’altro fondamento abbiano quelle di cui si serve altrove sull’argomento medesimo: «Torniamo ai Longobardi. Dacchè costoro abjurato l’Arianesimo si unirono colla Chiesa Cattolica, allora più che mai deposero l’antica loro selvatichezza, e gareggiarono colle altre nazioni cattoliche nella piacevolezza, nella pietà, nella clemenza, e nella giustizia, di modo che sotto il loro governo non mancavano le rugiade della contentezza 3.» Le rugiade del medio evo! Dio ne preservi l’erbe de’ nostri nemici. Anche prima d’osservare che sono affermazioni senza prove, c’è nelle parole stesse qualcosa che avverte che non esprimono una distinta e sentita verità. Qui sono rugiade, piacevolezza, pietà, clemenza, giustizia; là un regno che faceva invidia (giacchè è questo sicuramente che ha voluto dire il Giannone) a tutte l’altre nazioni: tale non è lo stile della persuasione che viene dopo una curiosità sincera, dopo un dubbio ponderatore, dopo un esame accurato. Questo fa trovar nelle cose un carattere particolare che s’imprime naturalmente nelle parole: la verità storica non va a collocarsi in quelle generalità tanto meno significanti quanto più ampie, che sono così spesso il mezzo di comunicazione tra il poco bisogno di spiegarsi, e il poco bisogno d’intendere.

Non sarà fuor di proposito l’osservare quanto abbia contribuito a promover questa opinione l’aver supposto che Longobardi e Italiani fossero diventati un popolo solo. S’è già accennato che una tale supposizione doveva naturalmente scemare la materia dell’osservazioni sui punti principali di quella storia. Ora, l’osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder molto. Ed è facile vedere come ciò sia avvenuto anche in questo caso.

    Ma la diversità appunto delle loro opinioni, e un non so che di dubbio con cui la più parte sono esposte, ci serva di scusa, quand’anche si trovasse che non avessimo dato nel segno. E, del resto, confessiamo volentieri fin d’ora, che quelle ricerche hanno dato non meno aiuto che impulso alla nostra, e che non siamo arrivati a concludere diversamente da tutti i loro autori, se non imparando da ognuno.

  1. De rege Authari, et quanta securitas ejus tempore fuerit. Lib. III, Cap. 16. Gli argomenti per i quali ci pareva e ci pare dimostrato il nessun valore storico di quel passo, ci avevano fatta perder di vista quest’osservazione così opportuna, che abbiamo poi trovata nel dottissimo Discorso della condizione de’ Romani vinti da’ Longobardi, del signor Carlo Troya.§ XLIV. Anno 584.
  2. Antich. Ital Dissert 21
  3. Antich. Ital. Dissert. 23.