Pagina:Opere varie (Manzoni).djvu/197

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capitolo quinto 191

riguarda la rovina o, per dir meglio, il cambiamento del regno. Ne’ due secoli che passarono tra queste due rivoluzioni, ci furono tanti regni bellicosi, accaddero tanti fatti d’ogni genere, che davvero non c’è verso d’attaccar l’una all’altra.

Qualcheduno inclina a credere, che i Longobardi, ammolliti, come i Goti e i Vandali, dal possesso del bel paese che avevano conquistato, diventassero per ciò una preda facile per i loro nemici 1. Ma i Romani che possedevano altre volte quel paese non furono per tanto tempo una preda facile; ma i Sassoni perdettero pure in una battaglia una parte della Britannia, che non è decantata per quella bellezza che, al dir di molti, ammollisce i vincitori: della rotta di Hastings, e de’ suoi effetti così vasti e così rapidi, non si può davvero dar la colpa nè ai tepidi soli, nè alla terra ridente. E finalmente, erano essi ammolliti que’ Franchi che dispersero i Longobardi? Eppure una buona parte di essi veniva da climi temperati e da paesi ameni.

La cagione vera e primaria si trova, a mio credere, non nel fatto addotto ma nel principio posto dal Machiavelli. La libertà signorile de’ Longobardi (per servirci d’un’espressione classica del Vico) fu quella che in parte divise, in parte scemò, in parte rese inerti le loro forze in quella lotta co’ Franchi; e così agevolò a Carlo tutte l’operazioni della conquista.

Ma per qual motivo l’effetto principale di questa libertà, la debolezza in guerra, non si fa sentire nel tempo de’ duchi, cioè quando una tale libertà era nel massimo grado? E se questa libertà non veniva dall’essere i Longobardi stati quei dieci anni senza re, da quali circostanze fu ella poi spinta al grado da produrre la debolezza?

Rispondere brevemente a queste due domande, è la miglior maniera di spiegare come essa abbia così potentemente operato nell’occasione di cui qui si tratta.

Per intendere prima, come la nazione longobardica, divisa in ducati e senza assoluta unità di forze e di comando, soggiogasse tanta parte d’Italia, bisogna osservare una distinzione essenziale nell’imprese de’ popoli settentrionali del medio evo; cioè tra quelle che fecero contro le varie nazioni dell’impero romano, e quelle che fecero barbari contro barbari. Le nazioni dell’impero romano erano, da gran tempo, quasi affatto prive d’ordini militari e di milizia: le forze erano quasi tutte composte di barbari; e quando questi s’avvidero che, essendo i risoluti e gli armati, potevano essere i padroni, che in vece di ricever paghe misurate, potevan servirsi a modo loro; quando in somma i soldati si dichiararono nemici, quando gli eserciti si costituirono nazioni; allora l’impero si trovò, per questo fatto solo, esposto all’offese, e mancante de’ mezzi di difesa. Il carattere e la condotta degl’imperatori e de’ governanti era debole come lo stato; ed era naturale che fosse così, perchè un’alta e permanente forza morale priva di forze materiali è un prodigio altrettanto raro che inutile. Sopra tali nemici le — vittorie dovevano essere ed erano facili, certe, decisive. I Longobardi condotti da trenta duchi non avevano, è vero, unità di disegno e di capitano, ma unità di scopo, e di fiducia ne’ loro mezzi: per portar via a chi non può difendere il suo, i molti non han bisogno d’andar d’accordo in altro che nella distribuzion del lavoro. Tutte l’operazioni particolari conducono al resultato generale:

  1. Hist. de l’Emper. Charlemagne. Trad. libre de l’allemand du Profess. Hegewisch; pag. 147.