Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/174

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172 alfredo panzini


«Cingi le tempie di maggiorana odorosa! Vieni o sposa novella! Discende il vespero ormai; sollevate, o giovani, le fiaccole. Vedi le fiaccole che agitano la grande chioma? Ecco appare il manto splendido, ecco, color di fiamma è il manto della sposa. Io Hymen Hymeneae, io, io Hymen Hymeneae».

Era ancora Catullo!

Che ne sapevamo noi, scolari quasi innocenti, di quell’antico poeta latino?

Il maestro che cantava quel gran canto, era Giosue Carducci; e quello era un canto nuziale che Catullo compose per le nozze di un suo amico che si chiamava Manlio Torquato, e la sposa si chiamava Vinia Aurunculeja.

Il maestro continuava:

«Vieni, sposa novella, prodeas nova nupta. Con buon augurio salta col piè leggiadro il limitare. Amatevi o giovani sposi, come vi piace, e presto fate figliuoli. Non va bene che cosi nobile stirpe rimanga senza discendenza, ma sempre deve la casa coi nuovi virgulti germogliare. Non ha confine l’amore, finché arriva la bianca vecchiaia che col tremolio delle tempie tutto comprende, tutto perdona».

No, non sfiorisce il fiore della rosa se il giusto amore lo coglie: si rinnova nelle generazioni; un bimbo è nato e sorride al genitore dal grembo materno.