Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/183

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

il bacio di lesbia 181


bel disonore! E non so se quel «scortica i nepoti di Romolo e Remo» era un disonore uguale per quella dama.


Considerate tutte queste cose, la dama mandò alcuni amici comuni a casa Catullo per sapere come stava con tutto quel male est, male est, che lui andava ripetendo, e poi per sapere perché non si faceva più vedere. Gli amici trovarono Catullo in casa, emaciato, con una barba lunga, ravvolto in un mantellaccio, che stava tracciando grandi versi su fogli di carta regia.

— Come stai, Catullo?

— Meravigliosamente bene, — rispose. — Vivo in compagnia degli Dei e delle Dee. Essi mi rivelano i grandi misteri. Perché voi dovete ammettere che ci deve essere stata una ragione perché il sommo dio Cronos dava la caccia a suo figlio Giove finché era bambino col pispolino ancora incapace alla generazione, e lo voleva mangiare. Voi ben sapete che fu la gran madre Idea, la divina Cibele, che salvò il pargoletto. Lo nascose tra le selve e le nevi del monte Ida, e ordinò ai Coribanti insonni che squassando gli scudi di rame e battendo i sistri, tenessero lontano Cronos il divoratore.

— Ne verrà fuori —, risposero gli amici, — una poesia delle vostre, molto originale.