Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/236

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
234 la modernità di panzini


ne, mentre le immagini riescono di una nettezza rappresentativa e di suoni via via più nuova.

Ecco un meriggio:

Il ponte di ferro sospeso sopra il piccolo fiume dal nome glorioso, proiettava dalla parte del mare una fredda ombra. Sotto il ponte, in quell’ombra, l’organetto riposava. Esso era sospeso per le cinghie ad un carrettino a quattro piccole ruote e attaccato v’era un asinelio. L’asinelio aveva declinate le orecchie e dormiva. La donna del vagabondo organista, sdraiata sull’erba, dormiva; disteso supino l’organista dormiva e il suo volto riarso era rivolto alla tenue brezza marina. Una bizzarra linea geometrica, cadendo giù dal ponte e dallo spaldo, divideva nettamente l’ombra dalla luce. Su questa luce il gran pittore del mondo infondeva ardenti tinte di croco e d’oro, preparando la tavolozza del vespero: su quell’ombra sorvolò un brivido di frescura, che si propagò per le erbe e per le chiome dei tamarischi, onde parevano svegliarsi. Le lunghe orecchie dell’asino declinavano sempre più e parevano due indici dell’interminabile tempo. Ma se le erbe si erano svegliate, nessuno dei tre si svegliò: nessun rumore umano diede segno all’intorno che il tempo della siesta fosse per finire.

Né si dimentichi quest’altro paesaggio marino:

[Il mare] era verde e livido pili che azzurro, e sotto l’impulso del gran vento di levante, quel piano unito si rompeva in lunghe file di schiume bianche, che ricadevano con fragore di armi guerriere.

La luna pendeva pallida su dal cielo. Verso occidente ii cielo era di fiamma. V’era nell’aria la lucentezza livida di un temporale lontano.

E troverà il Panzini un particolare accento per la voce del rospo che «suona nell’aria calma come una pura campana di cristallo»; o per il mormorare della fontana nella solitudine ombrosa: «essa nella sera faceva cadere le liquide perle entro la conca di pietra, armoniose come un canto domestico». E dirà che la mano della monaca è «trasparente e pingue come un chicco di uva malvasia», ma scoprirà eteree immagini, che impegnano lo spirito, parlando della Madonna bizantina la quale «pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince la morte».