Pagina:Panzini - Il bacio di Lesbia.djvu/237

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

la modernità di panzini 235


Questa lirica ha però la durata dell’onda che, appena è alta e splendida, volge alla riva. La sua riva, cioè la prosa, è costituita dall’umorismo che in poche righe mette in fila, per esempio (vedi il i° cap. di Santippe), la Croce da cui pendeva «un sublime morto»; il culto per Cristo che si fa esteriore perché gli uomini (e qui spunta il Carducci) non vogliono anticipare sotto il sole il regno delle tenebre; l’invenzione dei campanelli elettrici, delle macchine per cucire, dei caloriferi, delle ghiacciaie, nonché dei grammofoni, degli aeroplani, delle votazioni politiche, del socialismo, della burocrazia e della ...macchina per ammazzare. Tutto per far sorridere, ma con quello spirito che si soleva, un tempo, definir borghese e che nella maggior parte dei casi è gratuito. L’umorismo «in libertà» del Panzini si riscontra (chi lo crederebbe?) anche nelle pagine, ispirate e dolorose, sul camposanto «ove nacquero le Myricae». Li, mentre parla dell’uccisione di Ruggero Pascoli, che è il tema tragico de «La cavallina storna», lo scrittore pensa al dialogo fra Perpetua e Don Abbondio. «Mi ricordai allora di Perpetua che diceva al pauroso Don Abbondio: — Le schioppettate non si dànno come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano. — Dicea però Don Abbondio: — Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi I l’arcivescovo me la leverebbe? —» Si traggano pure da tali battute le conclusioni che desidera il Panzini. Quella che qui non ci voleva è l’ombra di Don Abbondio che, in qualunque modo venga rievocata, non può non essere comica. É veramente strano che compaia in un luogo ov’è dominatrice la morte. Anziché Perpetua qui piace trovare la popolana silenziosa che procede lenta lungo il viale; e più dell’accenno al curato pauroso giova il ricordo del vecchio sacerdote, che raccontò la fine di Ruggero Pascoli ed amava la Patria attraverso gli autori del Trecento. «Era una Patria infantile e dolce come un periodo del Cavalcai» Ma l’umorismo panziniano non manca di momenti felici. Il viaggio nella